VENERDÌ SANTO
«Accanto ai sofferenti con un cuore di carne»I dimenticati
di oggi nella Via Crucis guidata da Benedetto XVI.
«L’intenzione più profonda della preghiera che ripercorre il Calvario
è aprire gli occhi sul dolore di chi ci sta accanto».
Il Papa ha portato la Croce durante la prima e l’ultima delle quattordici
stazioni.
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Da
Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire",
7/3/’07)
Il nostro «non è un Dio
lontano». Il nostro Dio «ha un cuore». «Anzi, ha un cuore di carne, si è
fatto di carne per poter soffrire con noi». Per dare anche a noi «un cuore di
carne per essere vicini ai sofferenti».
Lo scenario è sempre lo stesso. Quello consueto e irripetibile del Colosseo.
Quando Benedetto XVI
pronuncia la sua breve riflessione conclusiva della "Via Crucis",
l'anfiteatro è illuminato solo da torce e "padelloni", mentre i fari
sono tutti puntati sul bastione dal quale il Pontefice parla. Non segue un testo
scritto, Papa Ratzinger. Come un anno fa, improvvisa. Per sottolineare, ancora
una volta, la necessità di contemplare l'enorme mistero della Via della Croce
come al mistero della via della misericordia di Dio. A mettere in evidenza come,
questa via, debba essere la nostra via. «Nel volto di Cristo sofferente - dice,
prima di benedire le migliaia di fedeli presenti - vediamo tutti i sofferenti
del mondo. La "Via Crucis" ci aiuta ad aprire i nostri cuori», così
che diveniamo «capaci di vedere col cuore». Perché - come ricordavano i Padri
della Chiesa - il peccato più grande è proprio l'«insensibilità e la durezza
di cuore».
Salendo ieri sera lungo l'antica strada romana che, dal Colosseo, giunge alle
pendici del colle Palatino, la "Via Crucis" s'è snodata lungo le
quattordici stazioni scandita dalle meditazioni dettate, quest'anno, dal
biblista Gianfranco
Ravasi e seguita in
diretta da 67 televisioni di 41 Paesi di tutto il mondo. Benedetto XVI, come
già nel 2006, ha portato la Croce nella prima e nell'ultima stazione, mentre
nelle altre si sono alternati, insieme con il cardinale vicario Camillo Ruini,
alcuni giovani provenienti da Cina, Repubblica Democratica del Congo, Angola,
Corea e Cile, una famiglia italiana e due religiosi francescani della Custodia
di Terra Santa.
Una strada, quella della "Via Crucis", che è «un viaggio nel dolore,
nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella morte», ha recitato la
preghiera iniziale, ma soprattutto è insieme «un percorso nella fede, nella
speranza e nell'amore, perché il sepolcro dell'ultima tappa del nostro cammino
non rimarrà sigillato per sempre». Una strada con quattordici soste, dove
frustate e gesti di tenerezza, crudeltà e misericordia, odio e amore si
intrecciano in quello che monsignor Ravasi definisce lo scenario di una «tarda
mattinata primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era».
Lo scenario di una vicenda «aspra e cruda», dalla penombra dell'Orto degli
Ulivi, che accompagna l'agonia e il tradimento di Gesù, alla deposizione nel
Sepolcro, ultima attesa prima di una Pasqua che cambierà per sempre la storia.
Una vicenda che nella salita al Calvario ci mostra i tanti Golgota di oggi, dove
la folla che gode o soffre per lo scempio di Cristo non sembra alla fine tanto
diversa da quella che alimenta o combatte le piaghe sociali del XXI secolo. Ma
dove alla fine, annota Ravasi, «la Croce e il sepolcro non sono stati
l'estuario ultimo» della storia di Gesù di Nazareth, «bensì lo è stata la
luce della sua Risurrezione e della sua gloria».
Nel continuo salto temporale proposto nelle sue meditazioni, così, Ravasi vede
nel Cristo chino in preghiera, solo e angosciato prima dell'arresto, tutte le
solitudini in «attesa davanti a una parete spoglia o a un telefono muto,
dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei». E così
Pilato, che «incarna un atteggiamento che sembra dominare ai nostri giorni,
quello dell'indifferenza, del disinteresse, della convenienza personale».
Pilato sulla cui faccia brilla non tanto l'immoralità, quanto la «pura
amoralità», quella che «paralizza la coscienza». E poi la compassione delle
donne, un mondo di madri, di figlie, di sorelle che è immagine di tutte le
donne, emarginate. E infine la folla, «Ritratto della superficialità, della
curiosità banale». Un ritratto «nel quale si può identificare anche una
società come la nostra che sceglie la provocazione e l'eccesso quasi come una
droga per eccitare l'anima ormai intorpidita».