PIETRO E IL MONDO

RITAGLI    Il Papa agli spacciatori:    DOCUMENTI
«Renderete conto a Dio»

L'invito a ravvedersi dal centro di recupero per tossicodipendenti.
«Il male provocato riceve la stessa riprovazione che Gesù espresse
per coloro che scandalizzano i più piccoli, i preferiti da Dio».

Dal nostro inviato a Guaratinguetà, Salvatore Mazza
("Avvenire", 13/5/’07)

Parole dure: «Gli spacciatori riflettano sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti di tutti gli strati sociali». Inequivocabili: «Dio chiederà loro conto di ciò che hanno fatto». Definitive: «La dignità umana non può essere calpestata in questo modo. Il male provocato riceve la medesima riprovazione che Gesù espresse per coloro che scandalizzavano i "più piccoli", i preferiti di Dio».
Benedetto XVI si rivolge direttamente a «que comercializam a droga», ai commercianti di droga. Ed è, il suo, un monito durissimo. Che ricorda l'anatema scagliato da Papa Wojtyla il 9 maggio del 1993 contro la mafia: «... Mi rivolgo ai responsabili: convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio». Esploso all'improvviso, quello, al cadere di una giornata emozionalmente terribile. Misurato, questo, parola per parola, e forse per ciò, in qualche modo, più inquietante, con quella citazione esplicita del Vangelo di Matteo: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli...".
Ci sono gli ospiti e i volontari della
"Fazenda de Esperança", davanti al Papa. Una piccola, piccolissima parte di quell'umanità derelitta che fanno sì che il Brasile possieda «una statistica delle più rilevanti per ciò che riguarda la dipendenza chimica delle droghe e degli stupefacenti. E l'America Latina - nota Benedetto XVI - non resta indietro». Col fondatore, il tedesco frei Hans Stapel, tremila tra alcolisti e tossici in cura, volontari, religiosi, amici di questa comunità nata nel 1979 e che oggi anima 32 posti come questo in tutto il Brasile.
Per arrivare qui, a Guaratinguetà, Benedetto XVI percorre in macchina trenta chilometri di una strada stretta, quasi persa nello splendore della Sierra Mantequeira. Per prima cosa visita la nuova chiesa della Fazenda, dove prega con le Clarisse e, salutandole, ricorda come «dove la società non vede più alcun futuro o speranza, i cristiani sono chiamati ad annunciare la forza della risurrezione», e come allora «proprio qui... dove risiedono tante persone, specie giovani, che cercano di superare il problema della droga, dell'alcol e della dipendenza dalle sostanze chimiche, si testimonia il Vangelo di Cristo in mezzo a una società consumistica lontana da Dio».
Poi esce all'esterno, dove nel campo sportivo lo aspettano in tanti. Accolgono il Papa con canti e coreografie, fino a quanto otto di loro gli raccontano la loro storia. E non sono storie che scorrano via facili; lo si vede dalle lacrime di Sara, dalle parole affaticate di Vinicius, dagli occhi di Mario. Benedetto XVI li incoraggia: «Mediante l'istituzione che vi accoglie, il Signore vi ha reso possibile questa esperienza di ricupero fisico e spirituale di importanza vitale per voi e per i vostri familiari. A seguito di ciò, la società si attende che sappiate divulgare questo bene prezioso della salute fra gli amici ed i membri di tutta la comunità. Voi dovete essere gli ambasciatori della speranza!».
Perché è necessario «vincere le prigioni della droga e rompere le catene delle droghe». Senza «mai perdere la speranza». «Bisogna infatti edificare, costruire la speranza - dice il Papa, che prima di rientrare ad Aparecida lascerà in dono alla Fazenda 100 mila dollari - tessendo la tela di una società che nello stendere i fili della vita, perde il vero senso della speranza». E se «il reinserimento nella società costituisce, senza dubbio, una dimostrazione dell'efficacia della vostra iniziativa... ciò che più desta l'attenzione, e conferma la validità del lavoro, sono le conversioni, il ritrovamento di Dio e la partecipazione attiva alla vita della Chiesa. Non basta curare il corpo, bisogna ornare l'anima con i più preziosi doni divini acquisiti col Battesimo».