Il cardinale
Martino ieri all'apertura
della 18ª Assemblea generale di "Caritas internationalis",
in programma fino a sabato in Vaticano.
Da
Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire",
5/6/’07)
È la "dottrina sociale" della
Chiesa che «illumina il cammino di salvezza dell'umanità, anche nei suoi
elementi di promozione umana, di lotta per la giustizia e di promozione della
pace». Perché «la carità cristiana non è un amore cieco ma un amore
intelligente. Colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello
scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel
vincerla risolutamente. Il modo vero di servire i poveri non è partire dalla
loro povertà in senso sociologico ma partire da Cristo povero: come una
semplice povertà, così anche la semplice prassi non è una luce».
Con questa citazione della "Populorum
progressio" di Paolo
VI, che proprio
quest'anno celebra i 40 anni dalla sua pubblicazione, il cardinale
Renato Raffaele Martino,
presidente del "Pontificio Consiglio della giustizia e della pace", ha
dato il via alla 18ª Assemblea generale della "Caritas
internationalis",
in corso fino a sabato prossimo nell'Aula del Sinodo, in Vaticano, sul tema
"Testimoni di carità, costruttori di pace". Un'assise che era stata
inaugurata domenica pomeriggio con la Messa presieduta dal cardinale vicario
Camillo Ruini che durante l'omelia aveva sottolineato come la solidarietà
espressa dalla Chiesa e dalle strutture cattoliche debba essere un riflesso
dell'amore di Dio. «Se manca questo spirito - ha detto Ruini - le nostre
strutture inaridiscono, diventano agenzie burocratiche alle quali viene meno
l'anima cristiana e la stessa capacità di servizio autentico che richiede, non
solo degli aiuti materiali ma più e prima la dedizione personale, la nostra
donazione: quella dedizione che nasce dalla fede e dalla preghiera, che confida
in Dio assai più che nei nostri pur necessari e importanti progetti e nelle
nostre risorse».
Una «qualità» del servizio su cui si è espresso anche il presidente di
"Giustizia e Pace". «I cristiani - ha affermato Martino - vivono la
carità non solo quando, negli organismi che sono espressione della Chiesa,
aiutano chi è nel bisogno, ma anche quando si impegnano nel mondo a fianco di
fedeli di altre confessioni religiose o di non credenti».
Ai rappresentanti di oltre 160 organizzazioni cattoliche operanti in più di 200
Paesi del mondo nel campo dell'assistenza, dello sviluppo e dei servizi sociali,
il porporato ha posto la questione di fondo se la giustizia riesce ad essere
tale senza la carità, se la ragione riesce ad essere pienamente ragione senza
la fede, se la realtà materiale riesce a comprendersi veramente senza la
trascendenza. Secondo il presidente di "Giustizia e Pace", in linea
con l'insegnamento di Benedetto
XVI, bisogna sempre
tenere in conto che «la ragione ha bisogno di venire purificata dalla fede,
così la giustizia dalla carità». «Lo testimonia - ha osservato - il
fallimento di tutti i sistemi che mettono Dio tra parentesi. La realtà ha
bisogno di Dio per essere veramente se stessa; i sistemi politici hanno bisogno
della religione per essere pienamente se stessi; l'analisi razionale e critica
ha bisogno della prospettiva di fede per incontrare la storia».
Rifacendosi quindi all'impegno delle organizzazioni cattoliche in situazioni di
fortissima povertà nelle zone più dimenticate della terra, e al loro ministero
di riconciliazione e di "peacemaking", Martino ha sottolineato come
tali organizzazioni «spesso si trovano ad agire in contesti pluriculturali e
plurireligiosi e collaborano con organizzazioni umanitarie di altre confessioni
religiose e anche con non credenti». Ciò è «importante segno dei tempi», a
patto però «che il cristiano non rinunci alla propria identità e intenda la
propria testimonianza come radicata in Cristo».
Alla conferenza stampa di presentazione dell'evento è intervenuta anche la
67enne kenyota Wangari Maathai, premio Nobel per la pace nel 2004, "leader" di un
movimento di decine di migliaia di donne africane che in 15 anni ha salvato
migliaia di acri di crosta terrestre piantando più di 10 milioni di alberi. La
quale, dal palco della "Caritas", ha lanciato un appello ai Paesi del
G8 perché siano «responsabili nella tutela delle risorse terrestri e nella
loro distribuzione», e chiedendo a «tutte le parrocchie del mondo» di
«piantare alberi», non solo per ridurre le emissioni di carbonio, ma
soprattutto per «dare il proprio contributo al cambiamento di mentalità e di
stile di vita».
Denis Viénot, presidente della "Caritas internationalis", ha
stigmatizzato la forte riduzione degli aiuti da parte del G8 verso i Paesi
poveri. I 50 milioni di dollari promessi in Scozia sono stati rivisti al ribasso
dai governi occidentali; e ogni promessa non mantenuta dal G8, ha osservato il
segretario generale di "Caritas internationalis", Duncan McLaren, si
traduce «in vite spezzate della gente povera».