Dal nostro inviato a Sibiu (Romania), Salvatore Mazza
("Avvenire", 6/9/’07)
Si apre nel segno della speranza. Soprattutto, nel segno di una volontà
decisa ad andare avanti. A non arrendersi. A sentire, e a interpretare, il
pellegrinaggio verso l'unità come un dovere. Consapevoli che il cammino
ecumenico non è fatto «di trionfalismi», ma ha «la durezza della croce». E
che per procedere ci vuole «coraggio, il coraggio di guardare in faccia i
nostri blocchi e le nostre divisioni».
Sono stati i saluti del cardinale Péter Erdö e e del reverendo Jean-Arnold de
Clermont, presidenti rispettivamente del "Consiglio delle Conferenze
episcopali europee" (Ccee), e della "Conferenza delle Chiese
europee" (Kek), ad aprire ieri mattina, sotto la grande tenda eretta in
piazza Uniri, i lavori della "III Assemblea ecumenica
europea". Duemila e cento i
delegati convenuti qui a Sibiu, il capoluogo della Transilvania romena, che con
oltre quattrocento ospiti gremiscono questo spazio dove, fino a domenica
prossima, si parlerà su: «La luce di Cristo illumina tutti. Speranza per il
rinnovamento e l'unità in Europa».
Il primo atto, dopo la preghiera inaugurale guidata dalla meditazione del
patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, vive dei saluti portati
all'assemblea dal presidente romeno Traian Basescu, dall'arcivescovo di Bucarest
Ioan Robu, e dal metropolita di Moldava e Bucovina, Daniel,
"luogotenente" del
patriarca della Chiesa ortodossa romena. Il quale, tra gli applausi, come già
aveva fatto poco prima Bartolomeo I, dedica un pensiero al patriarca Teoctist,
scomparso lo scorso mese di agosto.
E sono quindi Erdö e de Clermont, prima delle tre relazioni introduttive
affidate al cardinale Walter Kasper, al vescovo luterano Wolfgang Huber e al
metropolita Kirill, a delineare ai presenti il percorso lungo il quale
l'Assemblea è chiamata a incamminarsi. «Dobbiamo spesso dolorosamente
constatare - ha detto il cardinale - quanto il cristianesimo sia oggi poco
conosciuto in Europa nella sua vera essenza. Circolano molte "maschere" del
cristianesimo, spesso consapevolmente false. È urgente che il cammino ecumenico
diventi un luogo di approfondimento spirituale e teologico. Imparando la Sacra
Scrittura e le verità della nostra fede possiamo crescere nella nostra
identità cristiana».
Le diverse esperienze tra le comunità cristiane dell'est e dell'ovest, ha
aggiunto il presidente del Ccee, dicono che «c'è qualcosa da imparare
reciprocamente». Per questo «abbiamo il dovere di mostrare insieme che il
Vangelo è in grado di dialogare con ogni cultura ed ha la forza di arricchire
ogni cultura. Il cammino ecumenico - ha sottolineato Erdö - ha la durezza della
croce. Ma la perseveranza di Cristo ci insegna di essere fedeli e coerenti in
ogni cosa buona, anche nei nostri sforzi ecumenici».
Insieme a questo, ha osservato poi il presidente della Kek, «è necessario che
ci diamo degli obiettivi molto concreti», perché «se noi vogliamo incarnare
uno spirito di rinnovamento e unità, dobbiamo avere il coraggio di affrontare i
nostri blocchi e le nostre divisioni e di dire come la luce di Cristo venga a
illuminare la nostra "notte" e ad aprire dei cammini nuovi».
Unità, spiritualità, missione, giustizia, dialogo interreligioso. Le «parole
d'ordine» della "Charta Oecumenica" sottoscritta nel 2001 «qui a
Sibiu ci ricordano di dire - ha insistito de Clermont - quali saranno le
prossime tappe di questa marcia, verso dove noi vogliamo andare insieme. La
speranza ha un prezzo: quello delle parole e delle azioni che impegnano, che
tracciano un cammino e portano dietro di noi e con noi coloro che vogliono
un'Europa di pace, di giustizia, di solidarietà».