Dall’"assise romena" un pressante invito alle Chiese a progredire nella riconciliazione.
«Come fratelli per un’Europa più unita»All'"Assemblea
ecumenica" di Sibiu,
l'intervento del fondatore della "Comunità di Sant'Egidio",
Andrea Riccardi:
«Antistoriche le passioni nazionaliste che ancora dividono il continente».
Dai giovani l'invito alle Chiese a «smettere di competere tra loro»
e la sottolineatura «che unità non significa uniformità».
Dal
nostro inviato a Sibiu, Salvatore Mazza
("Avvenire",
8/9/’07)
Idee, ma non solo. Perché
questa «Europa povera di visioni per il futuro» ha soprattutto «bisogno di
una vita traboccante di fede e di amore». Traboccante in tutti i sensi, nel
senso che «i cristiani debbono liberarsi dalla paura e dall'avarizia
insaziabile che ci fanno vivere per noi, impotenti, chiusi, presi da piccole
liti di famiglia, dentro un presente ricco di benessere e pace, senza
preoccuparsi di chi è fuori dall'Europa senza pace né vita degna». E davvero,
in questo senso, dunque «i cristiani d'Europa hanno in questi giorni una grande
occasione per guardare insieme il nostro continente nel mondo, se sentono questa
assemblea non come fatto rituale».
Sono stati i temi della mondializzazione, della giustizia e della pace, ieri, a
tenere banco durante la quarta giornata di lavori della "III
Assemblea ecumenica"
in corso a Sibiu,
in Romania.
Uno sguardo sul vecchio continente che, dieci anni dopo l'«entusiasmo» che si
respirava a Graz, dove si svolsela seconda "Assemblea ecumenica", fa oggi
conto con «un mondo che è cambiato», come ha sottolineato nella relazione
principale Andrea
Riccardi, fondatore
della "Comunità di
Sant'Egidio".
Il punto fondamentale, ha sottolineato il relatore definendo come
«antistoriche» le «passioni nazionalistiche» che ancora attraversano il
continente, è che «l'Europa non può diventare un'isola protetta come una
fortezza», in quanto «non è individuando nemici all'orizzonte che si trova il
coraggio di essere se stessi, scelta spesso facile, in cui si può alzare il
cristianesimo come una bandiera contro eventuali nemici». Dunque quello «che
ci proponiamo e che proponiamo all'Europa è non vivere più per se stessi».
In questo senso è chiaro che se «l'unità dei cristiani è un comandamento del
Signore», è allora ancora più vero che «cristiani più fratelli debbono
essere l'anima di popoli europei più uniti». Storicamente, come le due guerre
del novecento hanno tragicamente dimostrato, secondo Riccardi questo implica
anche una responsabilità chiara di fronte al mondo, e «il mondo globalizzato
richiede uno sguardo largo. Non significa uno sguardo appiattito sui modelli di
una cultura globalizzata. C'è bisogno di uno sguardo cristiano, audace come
quello delle prime generazioni cristiane, capace di uscire dal particolarismo
che è paura del mondo e sfiducia nella forza del Vangelo».
«L'Europa di oggi - ha osservato Riccardi - non è quella che fu, ma può
essere migliore di quella che fu in sé e per gli altri». La pace europea, che
ai giovani «può apparire normale», è in realtà «una benedizione di Dio e
un dono santo». La domanda è che farne, di fronte alla «tentazione di
dissiparla nella risorgente passione nazionalistica» che nasce «non tanto
dalla volontà di dominio sugli altri, ma dal desiderio di vivere per sé».
Al contrario, l'Europa non può diventare «un'isola protetta come una
fortezza». E a tutti coloro che oggi appaiono «più cauti e prudenti nel
pensare al futuro», bisogna dire forte che «c'è una responsabilità
dell'Europa» verso il mondo, e che i cristiani, come «uomini e donne
spirituali», hanno un loro contributo originale da dare in questo cammino.
Perché «l'uomo spirituale comincia da sé ma non rinuncia a sollevare il
mondo». Sollevare il mondo «dal male, dalla miseria che vive ancora nella
ricca Europa dove si è dimenticata la parola giustizia, da quella del Sud del
mondo, dalla violenza diffusa, dalla guerra».
In tutto questo «non basta il provvidenzialismo economico a indicarci il futuro
- ha detto con forza Riccardi - siamo stanchi di ideologie, né basta un
cristianesimo ridotto a ideologia». C'è bisogno «di una vita traboccante di
fede e di amore», consapevoli del fatto che «c'è un legame profondo,
misterioso, della pace e dell'unità dei cristiani con la pace del mondo e la
sua unità».
Quasi a fare eco alla relazione di Riccardi, all'"Assemblea di Sibiu"
è poi arrivato, applauditissimo, il messaggio dei giovani con la proposta di
una serie di «impegni concreti», a partire dalla riaffermazione che «unità
non significa uniformità, ma può esistere unità nella diversità».
Così, riallacciandosi alle tematiche affrontate dai "forum" in cui si
sono articolati i lavori di gruppo, alla voce «testimonianza» i giovani
chiedono alle Chiese di «smettere di competere tra di loro e cominciare a
vivere veramente il Vangelo» perché «non dobbiamo testimoniare le dinamiche
di potere delle nostre Chiese ma Cristo».
Ancora, un impegno concreto è richiesto contro «il commercio e la produzione
di armi», con la proposta di istituire un'"Agenzia europea" per la
pace. «Essendo parte della società - scrivono poi i giovani - anche le Chiese
sono parte del sistema di ingiustizia». Da qui l'impegno ad «alzare la voce
contro le politiche migratorie oppressive e la supremazia dei Paesi
industrializzati nell'interazione globale, per promuovere pari opportunità di
educazione».