Si è conclusa la "Terza Assemblea ecumenica".
I delegati hanno avuto il coraggio di confrontarsi anche su temi controversi,
come il rispetto dell’essere umano dal concepimento alla morte naturale.
Sibiu, scelte forti e innovative nel messaggio finale.
Dal nostro inviato a Sibiu, Salvatore Mazza
("Avvenire", 9/9/’07)
La novità è che, per la prima volta, un documento che parla a nome dei
cristiani di tutte le denominazioni, afferma la necessità di rispettare
l'essere umano «dal concepimento fino alla morte naturale». Una novità non da
poco, che resterà a marcare questa "Terza Assemblea ecumenica
europea" in maniera netta. Dire tuttavia che si sia arrivati con
facilità a questa affermazione è altra storia, se è vero che, quella citata,
è stata l'ultima delle aggiunte apportate al "Messaggio finale". E se
è vero che non tutti i delegati delle "Chiese della Riforma" hanno mostrato di
gradire la cosa.
Ma d'altra parte che l'"Assemblea di Sibiu", fin dall'avvio della sua
preparazione nel gennaio del 2006, non avesse scelto la via più semplice
dell'"embrassons nous" ma, piuttosto, quella più faticosa del
guardare in faccia la realtà ecumenica, e affrontarla, è stato chiaro fin da
subito. E Sibiu l'ha fatto. Con coraggio, e molta fatica. Chiamando le cose col
loro nome e senza nascondere dietro a un dito i problemi esistenti. Il cardinale
Jean Pierre Ricard, il reverendo Jean-Arnold de Clermont, il vescovo Vincenzo
Paglia e il metropolita Gennadios, nel presentare il Messaggio, hanno del resto
tutti sottolineato la stessa cosa: questa Assemblea, coi i suoi 2.100 delegati -
quanti mai prima - è stata la miglior risposta a chi manifestava la paura che
stessimo vivendo una sorta di «inverno ecumenico».
Il Messaggio, in tal senso, ne è uno specchio fedele. Per aver voluto e saputo
prendere atto di una realtà difficile, per aver affrontato e scelto di
esprimersi anche sui punti più controversi. Anche - forse soprattutto - per
aver avuto il coraggio di recepire "in toto" il Messaggio indirizzato
all'Assemblea dai giovani, che - altra novità - resterà agli atti come parte
integrante delle conclusioni dell'Assemblea. D'altra parte, lo aveva detto il
cardinale Walter Kasper nella relazione d'apertura, un «ecumenismo delle
coccole» non serve a niente.
Piuttosto tradizionale nella sua struttura e, con poche eccezioni come quella
riportata all'inizio, anche nelle dieci raccomandazioni che declina, il
Messaggio di Sibiu ha così un valore in sé che trascende i contenuti.
Parole di una Chiesa che è viva, consapevole che «la nostra testimonianza di
speranza e unità per l'Europa e per il mondo sarà credibile solo se
continueremo il nostro pellegrinaggio verso l'unità visibile». E se la
«dolorosa ferita» delle divisioni è avvertita, «noi siamo convinti che la
più larga famiglia cristiana deve affrontare le questioni dottrinali e, nello
stesso tempo, cercare un ampio consenso sui valori morali che discendono dal
Vangelo e un credibile stile di vita cristiano che testimoni con gioia la luce
di Cristo nella nostra sfida al mondo moderno secolarizzato, sia in privato che
nella vita pubblica». Di qui le prime quattro raccomandazioni sulla necessità
di annunciare Cristo, di proseguire nel dialogo sull'"ecclesiologia", di aumentare
le occasioni di preghiera in comune e di formazione ecumenica a tutti i livelli.
Il capitolo sulla presenza in Europa si apre con l'impegnativa affermazione che
«ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, merita lo stesso
grado di rispetto e di amore, a prescindere dalle differenze di credo, cultura,
età, genere o origine etnica, dal concepimento fino alla morte naturale».
Ribadito che «al dialogo non c'è alternativa», anche con le altre religioni,
sollecita i cristiani d'Europa a un impegno «forte» per l'integrazione degli
immigranti cristiani nei vari Paesi, «in particolare» i Rom. Invitando nello
stesso tempo a recepire la "Charta Oecumenica" del 2001 come la
«guida per il nostro cammino ecumenico».
«La luce di Cristo - prosegue il messaggio nella terza sezione, rivolta al
mondo - ci invita a evitare di sperperare la preziosa eredità lasciata da
quanti, negli ultimi sessant'anni, hanno lavorato per la pace e l'unità in
Europa. La pace è un dono straordinario e prezioso. Interi Paesi aspirano alla
pace. Popoli interi stanno aspettando di essere aiutati a uscire dalla violenza
e dal terrore. Con urgenza noi ci impegniamo a rinnovare gli sforzi per questi
fini. Noi rigettiamo la guerra come strumento per risolvere i conflitti, e siamo
preoccupati per il nuovo riarmo. Violenza e terrorismo nel nome della religione
sono una negazione della religione».
Seguono anche qui quattro raccomandazioni: per sostenere gli obiettivi dell'Onu
per lo sviluppo per alleviare la povertà; perché il Consiglio delle "Conferenze
episcopali" e la "Conferenza delle Chiese d'Europa", assieme a tutte le altre
Chiese del mondo, avviino un processo consultivo per sollecitare i governanti
sui temi della giustizia ecologica, della globalizzazione e del rispetto delle
minoranze; per promuovere iniziative per la cancellazione del debito e sostenere
il commercio solidale; e per dedicare i primi quattro giorni di novembre «alla
preghiera per la protezione del creato».
Concretezza, insomma. Sibiu, ha detto Paglia presentando il Messaggio,
«rappresenta in questo senso una speranza. Per far comprendere che l'ecumenismo
ha bisogno di procedere non solo dai piani alti, ma anche da quelli bassi».