FESTA DEI DEFUNTI

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Mons. Aramini: nella «festa dei morti» il mistero dell’uomo.

Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 2/11/’07)

La ricorrenza dei defunti «ci conduce ad avere sulla nostra vita il punto di vista di Dio, che orienta il nostro agire». Un punto di vista cristiano che va ricuperato, perché «l’elemento etico e quello propriamente teologico del dire "sì" a Dio... devono andare insieme».
È una lettura profonda del 2 novembre quella che
monsignor Michele Aramini, docente di teologia morale all’"Università cattolica del Sacro Cuore", propone in questa intervista. Dove i troppo spesso dimenticati "Novissimi" tornano a risuonare come i punti fermi da cui ripartire.

Che cosa ci dice il 2 novembre? Perché la "festa dei morti"?

Direi prima di tutto una cosa. La festa la fanno tutti. Direi che il ricordare i propri defunti è un fatto "antropologico" ineliminabile. Non solo per le altre religioni, che abbiano o meno un riferimento all’immortalità dell’anima, ma proprio per tutte le persone. Per i cristiani c’è una particolarissima accentuazione, perché l’essere umano, una volta che Dio l’ha voluto, l’ha voluto per sempre. Questo è un messaggio molto forte: ci ricordiamo dei nostri defunti, dialoghiamo con loro come viventi. Un aspetto, questo, che ha a che fare con la potenza di Dio, il Dio dei viventi. Un aspetto che rischia di essere dimenticato, o annacquato.

Come evitare questo "annacquamento" del messaggio?

Dal punto di vista pastorale, questa accentazione cristiana della festa è affidata alla predicazione della Chiesa. Il messaggio è quello del cammino verso la risurrezione. Quel che è necessario allora è tornare alla predicazione fondamentale, legando la morte al mistero della risurrezione di Gesù Cristo.

Risuona il tema dei "Novissimi". Non proprio un tema di cui si parli spesso.

È quasi un luogo comune dire che dei "Novissimi" non si parla più. Viviamo una condizione culturale "postmetafisica" e tecnologica avanzata, quasi che noi fossimo frutto del caso. Si prescinde dal mistero dell’uomo, si nega l’idea che ci sia un’idea e un progetto che dà origine a tutto. È chiaro che in questa condizione parlare di un futuro come vita eterna o risurrezione non ha spazio.

Una mancanza di spazio irrecuperabile?

No. Ma prima c’è da dire che, come il mondo culturale non dà spazio al mistero, il cristianesimo stesso s’è concentrato molto sull’aspetto etico, ossia sul "fare il bene". Che è parte fondamentale del cristianesimo, certo, ma che un’eccessiva concentrazione su questo aspetto rischia di banalizzare. L’elemento etico e quello propriamente teologico del dire "sì" a Dio, ovvero fare il bene per muovere verso di lui, devono andare insieme.

È quanto il Papa ha sottolineato nella «Deus caritas est».

Esatto. Se si opera solo in una prospettiva etica tutto risulta sfumato. Il nostro cammino di carità ci conduce a Dio.

Come, in questo, diventa importante recuperare la dimensione dei "Novissimi"?

Fondamentalmente essi non sono altro che l’espressione del punto di vista di Dio sull’uomo e sulla vita: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. C’è tutto, la speranza della vittoria sulla morte, il giudizio di Dio che è il criterio della verità, con tutti gli elementi di misericordia e di accoglienza che fanno dire a San Paolo che «Dio è il nostro avvocato». Giudizio che si risolve nell’esito finale.

L’inferno è però un altro elemento che si tende a rifiutare, o almeno a "sfumare".

Di certo è un mistero difficile da comprendere. Esso però indica chiaramente che l’uomo è libero di rifiutare Dio; negando l’inferno, in altre parole, si nega l’uomo, accettandolo si salvaguarda invece lo splendore dell’uomo, creato veramente libero. Per dirla come il teologo Hans Urs von Balthasar: «Non possiamo negare l’inferno, possiamo sperare che sia vuoto».

I "Novissimi", insomma, come punti fermi per "ricomprendere" la propria vita come cristiani?

Sì, e bisogna avere il coraggio di predicare questi punti fermi, che rappresentano il punto di vista di Dio. Altrimenti si entra in una logica di fede che non deve "urtare". Il fatto è che non ci si può salvare senza ascoltare lo Spirito di Dio che agisce sulla nostra coscienza. La festa dei morti, in questo senso, con quella dei Santi che la precede immediatamente, ci conduce a ritrovare una gerarchia dei valori in cui la cura della nostra coscienza e della nostra speranza siano centrali, ci conduce ad avere sulla nostra vita il punto di vista di Dio, che orienta il nostro agire.