L'ENCICLICA "DEUS CARITAS EST"
È l'amore di Dio il destino dell'uomo ![]()
Porta la data del 25 dicembre «Deus caritas est»,
la prima enciclica di Benedetto XVI, presentata ufficialmente ieri.
È suddivisa in due parti: la prima più speculativa, la seconda di taglio
pastorale.
Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 26/1/’06)
Dio ci insegna l'amore, perché è stato lui il primo ad amare. Un amore
senza riserve, che inizia con la creazione dell'uomo al quale ha dato una
compagna da amare, in unità di corpo ed anima. Un amore che arriva alla
donazione del figlio che si fa uomo e muore «per rialzare l'uomo e salvarlo».
Amore, questo, «nella sua forma più radicale». Amore che si riverbera in
tutti gli "amori", e per il quale la Chiesa sente l'obbligo di offrire
a tutti la sua fede e la sua carità.
È entro queste coordinate che si dipana il filo del ragionamento di Deus
caritas est, la prima enciclica di Benedetto
XVI. «Siccome Dio ci ha amati
per primo - scrive il Papa nell'introduzione - l'amore adesso non è più solo
un "comandamento", ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio
ci viene incontro. In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la
vendetta o perfino il dovere dell'odio e della violenza, questo è un messaggio
di grande attualità e di significato molto concreto».
Divisa chiaramente in due parti, la prima «speculativa» e la seconda di
«carattere più concreto», l'Enciclica parte con l'affrontare il significato
proprio del termine "amore", dove il modello dell'amore tra uomo e
donna «emerge come archetipo di amore per eccellenza». Ma dall'eros dei
greci, che la Chiesa è accusata di aver «distrutto», il concetto sviluppato
dall'Antico e soprattutto dal Nuovo Testamento è quello di agape: che
supera la riduzione a «puro sesso» dell'amore in quanto nel momento in cui l'eros
«diventa merce, una semplice "cosa", che si può comprare e vendere,
l'uomo stesso diventa merce».
Agape, al contrario, esprime l'amore oblativo «che lascia l'egoismo per
la ricerca del bene dell'amato». Che ha in sé anche «il senso
dell'esclusività» e il senso del «per sempre», che si realizzano nel
matrimonio. «In realtà eros e agape, amore discendente e amore ascendente, non
si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro». E «la fede
biblica... non costituisce un mondo parallelo o contrapposto... ma accetta tutto
l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli
al contempo nuove dimensioni».
La «novità» della fede biblica si manifesta nella «nuova immagine di Dio».
Creatore che ama la sua creatura, eros e insieme «totalmente» agape
che si manifestano in un amore «donato del tutto gratuitamente, senza alcun
merito precedente», ma anche e soprattutto «perché è un amore che perdona».
Nel farsi uomo e nel morire del Figlio «si compie quel volgersi di Dio contro
se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo. Amore, questo,
nella sua forma più radicale».
A questo offrirsi Gesù ha dato una presenza duratura con l'eucaristia, dove non
c'è solo l'«unione» con Dio attraverso la comunione, ma anche un «carattere
sociale» perché in essa «è contenuto l'essere amati e amare a propria volta
gli altri». Per questo fin dall'inizio del cristianesimo si è detto
«inscindibile» l'amore per Dio e quello per il prossimo. Da qui nasce il
«servizio della carità» che, con l'annuncio della Parola e la liturgia, fa
parte del triplice compito nel quale la Chiesa esprime la sua «intima natura».
L'attività caritativa è stata oggetto della critica del marxismo, che in ciò
si è manifestato come «una filosofia disumana», perché i poveri non
dovrebbero aver bisogno di carità, ma di quella giustizia che li escluderebbe
dal bisogno. Ma «l'affermazione secondo la quale le strutture giuste
renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione
materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe "di
solo pane"». Ciò non esclude «il necessario impegno per la giustizia».
E se «il giusto ordine della società e dello Stato è compito generale della
politica», e se la Chiesa «non può e non deve prendere nelle sue mani la
battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile», essa
tuttavia «non può e non deve restare ai margini nella lotta per la
giustizia».
Così allora «l'essenza della carità cristiana ed ecclesiale» è non solo in
un intervento «abile» e «pronto», ma qualcosa che, come ci insegna l'esempio
di Madre Teresa e di tanti altri santi, richiede «le attenzioni suggerite dal
cuore». Per questo la carità cristiana «deve essere indipendente da partiti
ed ideologie», né deve essere «un mezzo di proselitismo», in quanto
«l'amore è gratuito, non viene esercitato per altri scopi. Ma questo non
significa che l'azione caritativa debba lasciare Dio e Cristo da parte».