INTERVISTA

Domani si celebra la "Giornata d’amicizia" tra le due fedi,
dedicata al terzo Comandamento: parla il Rabbino Capo Di Segni.

RITAGLI    Cristiani ed ebrei uniti nel Nome    TERRA SANTA

«Oggi è urgente non banalizzare Dio, non accostarlo a mezzi terribili di violenza.
L’antisemitismo? Non dipende dalla crisi in Terra Santa».

Il Dottor RICCARDO DI SEGNI, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma...

Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 16/1/’08)

Bisogna «condannare» senza mezzi termini ogni «esercizio terribile di violenza e sofferenza» portato in nome di Dio. Ma anche l’uso banale che, in mille modi diversi, di quel "nome" si fa nella società moderna.
È dedicata alla terza delle «Dieci Parole» del Sinai, «rivelate dall’Eterno a Israele e dense di valori perenni per le Chiese e per l’umanità», l’edizione 2008 della
"Giornata di amicizia ebraico-cristiana", che domani tornerà per la diciannovesima volta a sottolineare quanto sia importante sviluppare e approfondire il dialogo tra cattolici e i loro "fratelli maggiori" ebrei.
Dedicata quest’anno al tema
"Non pronunziare il nome del Signore Dio tuo invano", la "Giornata" è ormai divenuta un appuntamento fisso, che ha visto negli anni «lo svilupparsi di un interesse crescente», come sottolinea in questa intervista il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni. Interesse, aggiunge, che «è un bene», per non rischiare da un lato «di dimenticare quello che è stato» e, dall’altro, di non impegnarsi «per quello che dovrebbe essere».

A chi vorrebbe dedicare questa edizione della "Giornata"?

«In primissimo luogo a tutte le persone che stanno soffrendo a causa di un improprio uso del "nome"».

In che senso?

«Questo Comandamento, che tradotto in italiano suona "Non pronunciare il nome di Dio invano", ha nella tradizionale "esegesi" rabbinica due significati. Il primo è, per così dire, quello più "tecnico", di non dire cose false durante il giuramento; e poi c’è quello più generale, di non "banalizzare" il nome divino. Per quanto riguarda la seconda accezione, credo che questo discorso sia diventato sempre più evidente negli ultimi tempi, nelle ultime generazioni, nel senso che non bisogna usare del nome divino, abusarne, accostarlo all’utilizzo di strumenti terribili e, quindi, in qualche modo farlo in nome suo, "bestemmiandolo". Esiste quindi un esercizio terribile di violenza e sofferenza fatta impropriamente in nome di Dio, che dev’essere sempre condannata».

Il suo discorso fa riferimento a un certo modello di terrorismo "fanatico". Ma non è anche lo specchio di una società dove questa "banalizzazione" è ormai piuttosto evidente? Lei stesso in più occasioni lo ha rilevato, tirandosi addosso anche molte polemiche..

«È vero. Viviamo una realtà del genere. La riflessione di cui stiamo parlando, a proposito della
"Giornata", è sulla cautela che ciascuno deve esercitare soprattutto in nome dei "comandi" che abbiamo ricevuto. Ma la cautela non significa tuttavia rinunciare al dovere della testimonianza».

Quest’appuntamento è nato 19 anni fa, in un contesto e in un momento particolare. Ne avverte ancora l’utilità e l’attualità?

«Io credo assolutamente di sì. È bene che ci sia un momento fisso, codificato, un appuntamento in qualche modo "certo", perché altrimenti si dimentica quello che c’è stato prima e quello che ci dovrebbe essere. Per cui queste cose servono, e anche il "senso" delle celebrazioni è utile; ovviamente non devono essere fatte con autorità "pompose" assordanti o noiose, ma – insisto – è un bene che ci siano. Poi sicuramente possono esserci dei momenti in cui questo appuntamento è più "attraente", come altri in cui magari è invece accompagnato da polemiche "roventi", e allora ci sono i riflettori puntati. Ma in ogni caso è necessario».

Perché? Avverte la presenza di un "antisemitismo" strisciante, o magari palese, che ancora attraversa l’Italia?

«L’ho detto prima: il rischio, se non ci fosse un appuntamento del genere, sarebbe quello di dimenticare. Quanto a quello che mi chiedeva in particolare, direi che ci sono tante forme differenti con cui l’ostilità "antiebraica" si può manifestare, e per fortuna tutta la gamma possibile delle manifestazioni più gravi e odiose non le abbiamo qui da noi. Il "pregiudizio" tuttavia è diffuso, l’ostilità attraversa fronti, correnti e opinioni differenti: nel momento in cui noi stiamo parlando adesso c’è una situazione abbastanza tranquilla, ma in qualunque momento è possibile che se ne determinino altre che facciano riemergere i rischi che sappiamo».

Quanto spesso questi rischi sono legati alle vicende del conflitto "arabo-israeliano"? Quanto influisce quella situazione sulle realtà locali?

«Veramente il conflitto in Terra Santa può essere soltanto una scusa e una provocazione. Non è il conflitto che genera reazioni "antisemite", ma il modo in cui gli "antisemiti" utilizzano quello che succede. È una cosa ben differente.
Per 19 secoli non c’è stato bisogno del conflitto in Terra Santa per scatenare l’"antisemitismo"».

Come vivrà lei, domani, la sua "Giornata"?

«C’è un appuntamento importante alla "Lateranense’, nel quale insieme a monsignor Ambrogio Spreafico, il rettore dell’"Università Urbaniana" che è anche un amico, commenterò questo Comandamento, in una "tavola rotonda" presieduta da monsignor Rino Fisichella che ci ospita. Di solito è un appuntamento molto seguito, l’altr’anno c’erano centinaia di persone, mi auguro che ci sia pari interesse per quanto in questo momento non si stia discutendo molto di questi problemi. E devo dire che, io che sono ormai un ospite abbastanza fisso di questo appuntamento, in questi 19 anni ho notato un interesse e un coinvolgimento sempre crescente. È salita l’attenzione, e mi sembra che si tratti di una cosa molto positiva».