La
morte di Rahho ![]()
«seme di speranza» per l’Iraq
Da Roma,
Salvatore Mazza
("Avvenire", 12/4/’08)
Una preghiera per la «pace» e
la «sicurezza» dei cristiani in Iraq.
Perché «il Signore allontani da noi ogni male e ogni persecuzione», e
«faccia dono agli iracheni della grazia per sopportare tutto con fede e
perseveranza». A levare questa invocazione, ieri mattina, è stato il Patriarca
di Babilonia dei Caldei Emmanuel
III Delly, la cui
«umile voce» è risuonata nella Basilica di San Pietro attraverso il
"messaggio" inviato al cardinale
Leonardo Sandri,
prefetto della "Congregazione
per le Chiese Orientali",
che all’altare della "Cattedra" ha presieduto la Messa di
"suffragio" per l’arcivescovo caldeo di Mosul
Paulos
Faraj Rahho, vittima
di un rapimento in Iraq e il cui corpo senza vita era stato ritrovato lo scorso
13 marzo.
Parlando «dalla lontana Terra di Abramo» Delly, il cui "messaggio"
è stato letto alla fine della Messa dal "procuratore" a Roma
del "patriarcato caldeo" e "visitatore apostolico" per i
fedeli caldei in Europa, ha voluto innanzitutto esprimere anche a nome «dei
fedeli caldei abitanti in questo Paese, sfortunato e sofferente da tanti anni»,
la propria partecipazione spirituale al rito in "suffragio" «dell’arcivescovo
Rahho e dei cari giovani Samir, Rami e Firas», uccisi lo stesso giorno del
rapimento. E, dopo l’invocazione alla pace, ha confermato «la nostra
devozione e gratitudine di figli, e l’assicurazione del nostro amore» a Benedetto
XVI.
Nella sua omelia il cardinale Sandri, oltre al presule e ai tre giovani citati
da Delly, ha voluto ricordare anche il giovane sacerdote don
Raghed Aziz Ganni, i
tre "suddiaconi" della Chiesa caldea assassinati lo scorso anno, e il
sacerdote siro-ortodosso Yussif
Adel Abbudi ucciso
recentemente...
«La tribolazione che oggi conoscono tanti discepoli del Signore
– ha affermato in proposito – è certamente destinata a portare
"evangelici" frutti per la Chiesa caldea, per tutti i cattolici e i
fratelli in Cristo iracheni. Frutti di riconciliazione interna alla comunità
ecclesiale e di riconciliazione in Iraq». Sandri, con il quale hanno
concelebrato i cardinali Bernard Francis Law, Jean-Louis Tauran e Ignace Moussa
I Daoud, nel ricordare l’arcivescovo scomparso ha posto in rilevo come «l’Eucaristia
lo ha educato e preparato al "compimento"». «Nulla sappiamo – ha
proseguito il porporato – delle ore della sua prigionia e della sua agonia.
Sono raccolte nel "calice" di Cristo! Ma possiamo pensarle segnate
dalla santità del dolore e della speranza. Con quale "risonanza"
interiore avrà proferito in quei momenti le parole del Crocifisso: "Nelle
tue mani, o Padre, consegno il mio spirito", lui che fu strappato ai suoi
appena dopo il "sacro rito" della "Via Crucis" di quel
venerdì 29 febbraio?». In tal modo «monsignor Rahho – ha affermato Sandri
– ha comunicato al Corpo e al Sangue del Signore. Ha celebrato in persona di
Cristo il mistero della sua "immolazione" pasquale. È stato associato
dal Signore Gesù all’unica e perfetta "oblazione" al Padre.
Perciò: "vivrà in eterno", e con lui i nostri fratelli che
ricordiamo in questa Messa».
Riferendosi quindi alla "prima lettura" della liturgia, il prefetto
della "Congregazione per le Chiese Orientali" ha messo in evidenza
come «il persecutore Saulo diventa l’immagine della opposizione che sempre e
ovunque gli evangelizzatori incontrano. Costante e "ineludibile" è la
dimensione della sofferenza nella "seminagione" evangelica. Così –
ha osservato – è avvenuto per il caro monsignor Rahho. Come vescovo ricevette
da Cristo lo speciale "mandato" di insegnare la Parola. Nel
"servizio" della Parola, e in quell’alto insegnamento che fu la sua
morte "cruenta", Cristo stesso col vescovo Rahho ha
"seminato" nella fatica e nel pianto. Siamo pieni di speranza per il
"raccolto" che il Signore prepara». E allora se «Saulo, il
"persecutore", divenne "strumento eletto" per portare il
nome di Cristo dinanzi ai popoli» oggi, appunto, il dolore dell’Iraq
«certamente» darà "frutti": «Il "paradosso" cristiano si
annuncia anche nel sangue versato, da cui chiediamo al Signore di preservare i
suoi figli, ma che per la potenza di Dio diventa mezzo efficace per la
"diffusione" del suo Regno. Dio che sa trarre "figli di Abramo
dalle pietre", e perciò fa nascere il "bene evangelico" proprio
da ciò che umanamente è solo "prova", dolore e sconfitta».