Niente di "casuale" nel discorso del Papa

RITAGLI     La cultura "aborigena",     DOCUMENTI
metafora del nostro riscatto

Aborigeno australiano, con tipico copricapo... Danza e allegria tra i nativi dell'Australia!

Salvatore Mazza
("Avvenire", 18/7/’08)

Nella cultura "aborigena" australiana, la più antica vivente al mondo, c’è un legame strettissimo tra la "Madre Terra" e il "grembo materno". Un legame che salda invincibilmente e per sempre la vita dell’uomo all’origine di tutto. Origine che non ci appartiene ma a cui apparteniamo, di cui mai possiamo dirci padroni, tant’è che in quella cultura non esistono confini né recinzioni. Noi, dicono, siamo la "terra" come lei è parte di noi.
È forse proprio avendo presente questo riferimento che, nel leggere le parole con cui ieri
Benedetto XVI ha salutato i giovani a Sydney, bisogna partire dalla sua denuncia della «violenza indicibile» a cui oggi è sottoposto il "grembo materno", ossia «lo spazio umano più bello e più sacro». Perché il suo discorso, lungi dall’essere riducibile a una collezione di pensieri, per quanto densi e profondi, sulla cultura "aborigena", sull’ecologia, sulla difesa della vita, è piuttosto l’inno a una creazione «meravigliosa» che l’uomo, ricevutala in eredità, sta "dissipando". Per ignoranza, superficialità, arroganza. Per paura, anche. Ma, chiede il Papa, «come può ciò che è "buono" apparire così minaccioso?».
Il ragionamento di Benedetto XVI è una "lama affilata" che segna, senza "ondeggiamenti", il "discrimine" tra l’esigenza di un nuovo essere da opporre a un apparire che, pur forse già logorato, non cessa di esercitare il suo straordinario fascino "ammaliatore", libero come vuole essere da doveri e responsabilità. Un "secolarismo" che ha ormai rivestito i panni di ideologia la cui «visione globale» impone di mettere «Dio in panchina» come fosse un ingombrante, noioso "fardello", un ostacolo alla tendenza a condurre «il dibattito e la politica» riguardanti il "bene comune" «più alla luce delle conseguenze che dei principi radicati nella verità».
Il risultato è un mondo pieno di "cicatrici" che deturpano tanto l’ambiente naturale quanto quello sociale. Un mondo dove se «le preoccupazioni per la "non violenza", lo sviluppo sostenibile, la giustizia e la pace, la cura del nostro ambiente sono di vitale importanza per l’umanità», diventa imprescindibile ricordare ancora e ancora che nulla di tutto ciò ha senso se non a partire «da una profonda riflessione sull’innata dignità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, una dignità che è conferita da Dio stesso e perciò inviolabile».
Non è né irriverente, né limitante, accostare queste parole del Papa all’idea che fonda la cultura "aborigena". Lo stesso Benedetto XVI, nel Discorso con cui il 30 marzo del 2006 declinò quelli che sono i «principi non negoziabili», "chiosò" quei tre punti affermando che «questi principi non sono verità di fede, anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità». Un invito alla testimonianza e, insieme, un’apertura al dialogo che il moderno "relativismo", col suo dar «valore in pratica indiscriminatamente a tutto» a prescindere «da ogni considerazione di ciò che è buono o vero», si rifiuta di accettare.
Da questa terra «alla fine del mondo», costruita da giovani provenienti da tutto il mondo, è ai giovani di tutto il mondo che Benedetto XVI torna oggi ad affidare il compito "non facile" di essere testimoni di come «la creazione di Dio è unica ed è buona». A portare al mondo la «ulteriore luce e conferma» del Vangelo per costruire un mondo nuovo, aperto a «una visione della vita dove regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità, e dove l’identità sia trovata in una comunione rispettosa».