Il Papa ai "rappresentanti" delle religioni

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perciò tenaci nella pace

È il dialogo che permette la scoperta, la conoscenza e il rispetto dell’altro.

Salvatore Mazza
("Avvenire", 19/7/’08)

C’è qualcosa di straordinariamente affascinante nell’insistenza e negli accenti con cui, ogni volta che si rivolge ai "rappresentanti" di altre confessioni, Papa Ratzinger rinforza di continuo l’idea che vede le religioni come "artefici di pace". Non semplici "luoghi" o "strumenti", bensì "fondamenta" imprescindibili di una costruzione di sicuro faticosa ma, altrettanto certamente, inevitabile. Da tirar su, rimosse le "asperità", mattone dopo mattone, con pazienza infinita. Perché «il senso religioso radicato nel cuore dell’uomo – ha detto ieri – apre uomini e donne verso Dio... ci guida a venire incontro alle necessità degli altri e a cercare vie concrete per contribuire al "bene comune". Le religioni... insegnano alla gente che l’autentico servizio richiede sacrificio e "autodisciplina"».
Sono passati tre anni da quell’agosto 2005 quando, a
Colonia, Benedetto XVI affermò senza mezze misure che il ricordo della storia, delle «guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio», quasi che «combattere il nemico e uccidere l’avversario» potesse essere cosa a lui gradita, è un qualcosa che «dovrebbe riempirci di vergogna». Da quell’agosto, in quella sua insistenza, decine sono state le occasioni in cui ha ripreso e sviluppato la sua riflessione sul ruolo delle religioni nell’edificare la pace, avendo davanti ambasciatori o vescovi, Capi di Stato o "leader" religiosi, e passando da Ratisbona, Istanbul, New York. Niente a che vedere, nel dipanarsi del "filo" del pensiero di Benedetto XVI, né con l’"irenismo new age", né col "pacifismo disarmato", incapaci l’uno e l’altro di proporre alternative vere, o anche solo credibili, alla violenza e alla "sopraffazione". Perché, appunto, l’idea di pace che il Papa porta avanti è qualcosa che va radicalmente oltre, e richiede il sudore quotidiano degli operai. È, piuttosto, «un dovere che si impone a chi ha spirito religioso», a fondamento del quale c’è l’idea forte che «la religione, nel rammentarci la limitatezza e la debolezza dell’uomo, ci spinge a non riporre le nostre speranze ultime in questo mondo che passa». Ed è per questo che l’universalità dell’esperienza umana – «che trascende ogni confine geografico e ogni limite culturale» – rende possibile ai seguaci delle religioni «di impegnarsi nel dialogo per affrontare il mistero delle gioie e delle sofferenze della vita». Il dialogo, dunque, come "via maestra" di un cammino il cui fine non è l’annullamento delle differenze, il raggiungimento di un "sincretismo" dottrinale ed "esperienziale", ma un cammino di cui le differenze costituiscano il "motore" e le identità diverse il "combustibile". Cammino capace di farsi gesto nella concretezza delle cause comuni – la solidarietà, la carità, la difesa del creato – e, con questo e anche per questo, di orientare e di guidare il mondo verso un futuro a misura degli uomini e delle donne che lo abitano. Perché è il dialogo che, alla fine, permette la scoperta, la conoscenza, l’apprezzamento e il rispetto dell’altro.
Permette che gli uomini si facciano vicini gli uni agli altri, rendendoli capaci stringersi senza schiacciarsi. Permette di riconoscere nell’altro, in ogni altro, il proprio fratello. Di costruire la pace vera. Un qualcosa che solo la religione, fondamento primario dell’esperienza umana, può realizzare. E un dovere a cui le religioni non possono sottrarsi.