Il "monito" di Benedetto XVI a Sydney

RITAGLI     Le parole più forti sulla vergogna degli abusi     DOCUMENTI

Salvatore Mazza
("Avvenire", 20/7/’08)

Tornano le parole "misfatti", "vergogna", "tradimento". Non c’è evidentemente modo più completo per rendere l’abisso di dolore provocato dal solo pensiero degli "abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi in questa Nazione". Non c’è altro modo per esprimere lo sdegno, e il profondo rammarico per le conseguenze di quegli atti "irriferibili", che "hanno danneggiato la missione della Chiesa". Insieme a quelle tre, tornano poi anche le parole "sofferenza", "solidarietà", "cura", a dire che la scelta irrevocabile è quella di stare dalla parte delle vittime, di "condividere" il loro dolore profondo. Ma c’è poi una parola, anzi un’espressione, che risuona per la prima volta in un discorso del Papa: "I responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia".
È sicuramente presto chiedersi qui e ora, come qualcuno ha già iniziato a fare, quali "conseguenze" possano derivare da un’affermazione così forte.
La prassi applicata dalle "Conferenze episcopali", che s’è andata consolidando soprattutto dalla pubblicazione del "motu proprio" "Sacramentorum sanctitatis tutela" di
Giovanni Paolo II, riguardante le "norme sui delitti più gravi riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede" (10 gennaio 2002), già assicura che nell’affrontare casi del genere sia garantita, oltre alle eventuali, gravissime "sanzioni canoniche", la massima apertura alla collaborazione con la "giustizia civile". Un percorso delineatosi sempre più come l’unico possibile, specie dopo l’esplosione dello scandalo degli abusi sui minori nel clero degli Stati Uniti, e la constatazione - come osservò lo stesso Papa Wojtyla incontrando i vescovi "Usa", convocati in Vaticano - di come "una generalizzata mancanza di conoscenze sulla natura del problema, e anche a volte il consiglio di clinici esperti ha condotto i vescovi a prendere decisioni che successivamente si sono rivelate essere sbagliate". Con le successive accuse, aggiungiamo, di voler "coprire", "difendere", "sottrarre alla giustizia" i colpevoli.
Per tutto questo immaginare, come detto prima, che dalle parole usate ieri da Papa Ratzinger possa derivare una "nuova norma orientatrice" per le "Conferenze episcopali" è quanto meno prematuro se non - azzardiamo - improprio. Ma certamente
Benedetto XVI, che le parole le "pesa" una per una, non le ha pronunciate per offrire titoli a effetto ai "media" di tutto il mondo o un "contentino" alle associazioni delle vittime, che reclamano giustizia. A Sydney, nel suo modo deciso e puntuale, Benedetto XVI ha come chiuso il cerchio del suo ragionamento rispetto allo scandalo più lacerante che abbia attraversato la Chiesa.
Ragionamento iniziato con quell’angosciata constatazione affidata dall’allora cardinal Ratzinger alle meditazioni dettate per la "Via Crucis" del 2005, l’ultima di Papa Wojtyla: "Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!".
Negli
Stati Uniti, dove i sondaggi si consumano a colazione assieme ai "corn flakes", è stato rilevato che, dopo il passaggio di Benedetto XVI, il "gradimento" per la Chiesa cattolica nell’opinione pubblica sia risalito di molti "punti", e qualche settimana fa un commentatore d’oltreoceano si "sperticava" a lodare l’"abilità strategica" del Papa nel "gestire" la questione degli abusi. Abbiamo forti e fondati dubbi che il Papa abbia un anche minimo interesse verso l’"accaparrarsi" un qualsivoglia "gradimento", e che quella che abbia messo in campo sia una "strategia del consenso".
Quella di Benedetto XVI è una Chiesa "santa", credibile nell’annuncio, coraggiosa. Coraggiosa anche nel vedere i suoi "guasti", nell’affrontarli e ripararli. E se c’è da fare "pulizia" la si faccia, a fondo. Fino in fondo.