"Lavagna" che segna il "confine"

RITAGLI     Il "muro",     TERRA SANTA
specchio di una "generazione" diversa

Due piccoli palestinesi, accanto ad un manifesto che raffigura Benedetto XVI con il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen...

Salvatore Mazza
("Avvenire", 15/5/’09)

Dici "the wall", oggi, e piuttosto che a quello scomparso di Berlino, i ragazzi e le ragazze del 2009 pensano al "muro" di "face-book", baluginante di "pixel". Inevitabile. Logico. Generazionale. Un "muro virtuale" per lanciare messaggi, appenderci sogni, raccontare speranze. Per i loro coetanei della Cisgiordania il "muro", oggi, è soprattutto quella concreta, sinistra "barriera" di cemento grigio che si insinua come un "serpente" tra le loro case. Inseguendo un "confine" inesistente, a separarli da una "fetta" importante di mondo. Una "follia" sulla quale la "politica" ha già speso tonnellate di parole, e altre ne spenderà. Ma loro, i giovani palestinesi del "terzo millennio", sembrano quasi essere già oltre. Perché non si sentono pietre di quel "muro". E così trasformano l’orrenda "bruttura" nella "lavagna" della loro generazione. Sulla quale lentamente sbiadiscono le "scritte" figlie dell’odio e della "frustrazione", le "attestazioni" non esattamente di stima verso G. W. Bush e il Governo israeliano, che – dalle lingue in cui sono scritte – sembrano restare appannaggio dei turisti "scioccati". E affiora una nuova "realtà".
Come un vagone del "metrò" di New York, o una qualunque parete di una qualunque città del mondo, il "muro" che separa
Israele dalla Cisgiordania diventa lentamente lo "specchio" di una generazione diversa. Che si affaccia nella notte al confine per raccontare al "muro" le proprie speranze, appenderci i sogni, lanciare messaggi. Ragazze e ragazzi che parlano di sé, delle loro storie, attraverso complicati "graffiti" o frasi semplici come quella dedicata da un "Imad" alla sua bella. Che non dimenticano la "politica", non possono, ma che oggi sanno tradurre l’odio di un tempo in "ironia" graffiante: che sia il rinoceronte variopinto che sfonda il "muro" a due passi dal varco della "tomba" di Rachele, o il lapidario "ridatemi le mie palle, grazie", che gioca sulle parole strizzando l’occhio ai molti palloni scalciati dai bambini oltre il "muro". Tutto questo sotto gli occhi di altri ragazzi che, da una parte e dall’altra, i fucili nelle mani, sorvegliano questo "face-book" a cui non ci si può collegare, ma che tutti dovrebbero vedere. Chiedendosi gli uni e gli altri che cosa stiano in realtà a sorvegliare. Consapevoli, forse, di essere entrambi "prigionieri" della paura instillata da "seminatori di odio". Di cui appaiono stanchi sia i "graffitari" palestinesi sia i loro coetanei al di là del "muro", se è vero, com’è vero, che c’è sempre meno entusiasmo nel rispondere alle "chiamate alle armi", e ormai sono in molti a cercare di evitarla. Forse nessuno di questi "imbrattatori di muri" diverrà un nuovo "Banksy". Ma quello che fanno ha un valore probabilmente più alto del lavoro dell’ormai celeberrimo "graffitaro" inglese. Qualcosa che dice che esiste davvero una generazione che ha voglia di «resistere a ogni tentazione... di ricorrere ad atti di violenza o di "terrorismo"», come diceva il Papa Mercoledì a Betlemme. Soffocare oggi queste "attese", questa speranza, questo "ottimismo", spezzare una volta di più questo sogno, vuol dire rischiare di trasformare i "lastroni di cemento" del "muro" in altrettante "pietre tombali". Chi vuole prendersi questa responsabilità?