Il "rave" di Pasqua: proviamo ad andare incontro a questi giovani
Smettiamola coi "bla bla"
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che nascondono l’impotenza
DON
ANTONIO MAZZI
("Avvenire",
26/3/’08)
La cosa che
più sconvolge dopo la tragedia esplosa tra i "capannoni" dismessi di
Segrate e che ha trasformato il "rave party" in uno "sballo di
morte", non è il fatale "cocktail" di droghe che ha
"stroncato" il ragazzo ventenne, e nemmeno gli "allucinogeni"
e anestetici per cavalli assunti dalle migliaia di ragazzi presenti, ma il senso
di impotenza e di "disarmo" generale di tutte le istituzioni davanti a
fatti ritenuti impossibili da controllare e in qualche maniera persino
"necessari". Non vorrei rischiare di essere considerato
"sacrilego" se ripeto una delle frasi che più ha sconvolto le
settimane scorse noi credenti: «È necessario che qualcuno muoia per il
popolo». Qui, per un certo verso, trattasi di "poveri cristi" che
solo in parte vanno ritenuti responsabili dei "macelli" che inventano, per uscire
dall’anonimato e dalla "neghittosità" di una società a misura di
"spaventapasseri". Mi infastidisce perciò questa alzata di mani
"pilatesca", seguita puntualmente da interpretazioni sociologiche e da
"elucubrazioni" falsamente intellettuali. L’ultimo professore
interpellato dice: «I "rave" si svolgono in "non luoghi"
come le aree "dismesse", cosa che rende quasi impossibile vietarli in
assoluto. Se l’obiettivo è la "repressione" del fenomeno,
servirebbe un enorme "dispiegamento" di forze di "Polizia".
Quello che si può fare, e già avviene, è controllarli a distanza…».
E giù "paroloni", "overdosi" letterarie, meditazioni
sospirate e "non-pedagogie" remissive, che parlano di bisogno che i
nostri giovani avrebbero di "liberarsi" non si sa di che cosa e da che
cosa.
Come conseguenza si torna a parlare di leggi più dure, di colpire i
"promotori", di "sigillare" impianti e di
"blindare" strutture disabitate e abbandonate. "Bla bla bla!".
Ogni volta così.
Perché, secondo le "ideologie" imperanti, ci sono guerre che uccidono
i figli, ma ci sono anche "non-guerre" che uccidono più figli delle
guerre. È fatale! "Dissertiamo" con poca modestia sui 4mila americani
morti in Iraq, mentre non abbiamo il coraggio di analizzare con un profondo
senso di colpa i quindici morti al giorno sulle nostre strade, molti dei quali
"pescati" sotto effetto di alcol e droghe. Ci sono "scotti"
da pagare in vite umane per i quali nessuno è disposto a fermarsi per rivederne
profondamente i motivi. Non è possibile che dentro di noi non nascano reazioni
"popolari" che facciano scattare interventi degni di una nazione
civile e cristiana. Non è vero che alcuni di noi non vogliono
"investire" sui giovani. È vero invece che gli aspetti
"burocratici" interminabili e sempre più ingiustificati bloccano e
ritardano qualsiasi iniziativa che si volesse attuare per contrastare questa
"carneficina".
Per uscire dal "vago". Da anni ho aperto sul Lago di Garda, a
Chiavenna e in Valcamonica "strutture" progettate apposta per
prevenire e per anticipare i fenomeni di "sballo" e di
"devianze" giovanili e adolescenziali. Ogni giorno c’è una
"normativa" in più che ritarda oppure che riduce il numero delle
"accoglienze" o che inventa "restrizioni" territoriali
assurde. Siamo sempre pronti a riempire i giornali di notizie
"tenebrose", non siamo mai pronti a trasformare in
"progetti" intelligenti e puntuali questi "segnali" di
morte. Il Presidente della "Giunta regionale" della Lombardia mi aveva
convocato, qualche mese fa, perché voleva in fretta costituire un "gruppo
di lavoro" per affrontare queste emergenze. Sono ancora in attesa della
seconda "chiamata", avendo nel cassetto il "progetto" già strutturato
in tutte le sue parti.
Approfittiamo di quest’ultimo "allarme".
Mettiamo insieme le forze "oratoriane" e le strutture giovanili che
esistono sul territorio.
Non perdiamo tempo, i nostri giovani sono più importanti delle
"elezioni", dei partiti di "destra" e di
"sinistra", e forse anche delle cerimonie liturgiche che occupano
molti preti giovani. Andiamo noi incontro ai ragazzi di Segrate e non aspettiamo
il prossimo morto. Per un prete come me, il "rave" di Pasqua è stato
un altro "Venerdì Santo".
Ma, proprio per questo, siamo chiamati a trasformarlo in una nuova
"Pasqua", se siamo veri credenti.