REPORTAGE

Casette con il classico tetto rosso, circondate da prati all’inglese.
Piante esotiche e rare, che incorniciano piscine e spiagge attrezzate.
Erano gli "avamposti" del sogno "sionista" e "socialista",
oggi sembrano rassegnati a diventare dei confortevoli "agriturismi".

RITAGLI     Israele, addio "Kibbutz"     TERRA SANTA

Ormai contano meno di 120mila abitanti,
e sempre più ragazzi abbandonano la vita in "collettività".
Per far fronte alla necessità di "braccia" che richiedono i campi,
si ricorre sempre più a immigrati provenienti dal Sud-Est asiatico.

Vita comunitaria nel Kibbutz Tamuz, a Beit Shemesh (Israele). I Kibbutz di Labouneh, in Libano.

Dal nostro inviato a Tel Aviv, Gian Luca Mazzini
("Avvenire", 15/6/’08)

Molti sembrano quasi "villaggi turistici".
Stradine ben asfaltate che scorrono tra piccoli edifici a uno o due piani immersi nel verde, oppure casette con il classico tetto rosso circondate da prati all’inglese e giochi per bambini. Piante esotiche e rare che incorniciano piscine e spiagge attrezzate. Atmosfera serena e tranquilla.
Stiamo parlando dell’ultima versione dei "kibbutz" israeliani. Come Sdot Yam, a due passi da Cesarea Marittima, lo straordinario sito archeologico che conserva testimonianze imponenti della conquista romana della
Palestina. Sdot Yam è un kibbutz che si sta modernizzando. Fondato nel 1940 da Ben Gurion, era approdo sicuro per gli ebrei che, clandestini, raggiungevano la terra d’Israele sotto il mandato britannico. Oggi nell’edificio più grande, che si trova al centro della struttura, c’è ancora la mensa comune, ma da qualche anno è aperta anche a visitatori e pellegrini. Qui non è ancora possibile affittare stanze, ma la vocazione turistica sta soppiantando quella agricola. Un destino comune a molti altri kibbutz. Gli storici "avamposti" che introdussero e identificarono fin dall’origine lo Stato d’Israele, (il termine deriva dalla radice "qbts", che significa «mettere insieme, raccogliere») sono costretti a trasformarsi per sopravvivere. Una legge fatta approvare dal governo di Ariel Sharon nel 2004, e che ha avuto come promotore l’attuale "premier" israeliano Ehud Olmert, ha sancito la rivoluzione con l’introduzione della proprietà privata.
Secondo molti è stata così decretata la fine del mito fondante del "socialismo sionista". In Israele esistono ancora 260 kibbutz, ma già due terzi hanno fatto esperimenti di "privatizzazione" con l’introduzione di stipendi differenziati legati al "merito", le case sono diventate di proprietà, ci sono auto private. Una scelta obbligata per evitare lo spopolamento di queste colonie agricole insediate da stili di vita sempre più borghesi, che invogliano i giovani a trasferirsi in città, dove ci sono meno rinunce e maggiori possibilità di lavoro ed incontro. Soprattutto dopo il periodo di "leva" obbligatoria è crescente il numero di ragazzi e ragazze che abbandonano la vita in collettività. Oggi gli israeliani che vivono nei kibbutz sono meno di 120mila. Per far fronte alla necessità di "braccia" che richiedono i campi si ricorre sempre più a immigrati stranieri provenienti dal Sud-Est asiatico. La vita degli israeliani in queste "comuni" resta completamente diversa da quella del resto della popolazione. Certo nulla di paragonabile a come si viveva nel kibbutz delle origini. Il primo venne fondato nel 1909 a Degania da un gruppo di ebrei russi (erano in 12), che influenzati dal "socialismo" cercarono di sperimentare forme di vita in comune ispirate al "marxismo". Questi "avamposti" ebraici ebbero subito una forte connotazione ideologica, nazionale, coniugata comunque con l’universalismo proprio del "socialismo" dell’epoca. La vita nei kibbutz all’inizio era molto dura: povertà assoluta, lavoro pesantissimo. Inizialmente è l’"Agenzia ebraica" (un’organizzazione "sionista" istituita nel 1923 per aiutare la comunità ebraica in Palestina nell’epoca precedente il governo "mandatario") che provvede a trovare ed acquistare le terre in Palestina. Soprattutto in zone disagiate o paludose, come dimostra l’alto numero di kibbutz ancor oggi presenti in
Galilea. Con gli anni Trenta la crescente diffusione del "sionismo" tra le comunità in Europa, parallelamente al diffondersi di sentimenti "antisemiti", aumenta il numero dei giovani ebrei che sognano il ritorno nella terra dei "patriarchi". I kibbutz si moltiplicano e si raggruppano anche in organizzazioni politiche. Nascono correnti che si ispirano alle varie sfumature della "sinistra" e una corrente – fortemente minoritaria – di kibbutz "religiosi". Indifferentemente dalla "colorazione" politica, l’organizzazione interna presenta molte analogie. Il kibbutz esclude la proprietà privata, tutto appartiene al collettivo, che fornisce ai membri in maniera uguale i mezzi per vivere (indipendentemente dal valore economico del lavoro svolto). Tutte le entrate delle varie attività vanno al collettivo, che è proprietario dei mezzi di produzione e dispone della forza lavoro. C’è un solo organo esecutivo e legislativo: è l’assemblea formata da tutti i membri del kibbutz. È la democrazia diretta che domina. Ancor oggi si vota almeno una volta alla settimana per assumere decisioni che riguardano la collettività. Certo oggi non si è più chiamati ad esprimersi per autorizzare a fare o non fare figli come all’inizio.
Il contesto familiare è stato duramente sacrificato nel kibbutz. In principio i genitori non dovevano occuparsi dei figli, che anche nella più tenera età vivevano con i coetanei nella cosiddetta "casa dei bambini", sorvegliati da una donna del kibbutz che svolgeva la mansione di "bambinaia". Da questa peculiare scuola di vita è uscita una parte importante dei "quadri dirigenti" dello Stato di Israele, politici e militari, molti dei quali ancor oggi alla guida del Paese. L’esempio più famoso è quello del generale Moshe Dayan, che fu il primo nato del primo kibbutz: quello di
Degania. Oggi, nella maggioranza dei casi, la vita è cambiata e le famiglie allevano ed educano i figli al proprio interno. Con la nascita dello Stato d’Israele, i kibbutz attraversarono un periodo di espansione sociale ed economica.
Nasce il miracolo dell’agricoltura israeliana, che riesce a produrre e a esportare sui mercati di mezzo mondo. Negli anni Settanta del secolo scorso i kibbutz diventano 250, con una popolazione di 100mila unità (3 per cento degli israeliani), e producono più del 50 per cento dei prodotti agricoli del Paese e il 14 per cento di quelli industriali. Nel decennio successivo queste strutture raggiungono il culmine della loro potenza economica. È un successo che nasconde un lato oscuro.
L’aumento delle entrate porta ad un salto nel tenore di vita: le case diventano più grandi, arrivano telefono e televisore e poi anche le auto (di proprietà del kibbutz, ma ad uso dei singoli). Alla crisi ideologica strisciante si somma la crisi economica della metà degli anni Ottanta. L’inflazione raggiunge il 400 per cento e determina enormi debiti per il movimento "kibbutzistico". Per salvare questa istituzione dalla "bancarotta" deve intervenire il governo, che impone agli istituti di credito più esposti una "moratoria". Nessun kibbutz fallisce, ma il trauma è enorme. Il mito entra definitivamente in crisi insieme all’ideologia "socialista". Questa piccola, grande "utopia" di Israele è al tramonto. Un crepuscolo sancito dalla "riforma" del 2004 (che avvia di fatto una forma di "privatizzazione").
L’impallidire di uno dei simboli della società israeliana rischia di lasciare un vuoto difficilmente colmabile a livello "ideale". Oggi sul campo sembrano sopravvivere solo il modello di vita "californiano" di
Tel Aviv e quello proposto dall’"integralismo religioso" dei coloni ebrei, arroccati negli "insediamenti" in Cisgiordania.
Intanto il passato dei "collettivi agricoli" è già finito nei libri di scuola. Il presente è invece sulle cartine stradali per i turisti, dove la parola "kibbutz" è sempre più associata all’idea di un piacevole "agriturismo".

L’ORIGINE

Tra "collettivismo" e «Far East» mediorientale

Il 29 ottobre 1910 dieci uomini e due donne si insediarono nella zona di Un Juni dando vita a una "comune". La chiamarono "Degania", e vollero che il criterio ispiratore del nuovo insediamento fosse quello del lavoro e della condivisione di beni e risorse. Una strada destinata a lasciare il segno, se nel giro di pochi decenni di "kibbutz" ne sorsero a centinaia.
Diversamente dal "moshav" (villaggio "cooperativo" che consente la proprietà privata), il "kibbutz" è caratterizzato dalla proprietà collettiva della terra. I suoi membri ottengono su basi ugualitarie vitto, alloggio, vestiario e servizi sociali in cambio del proprio lavoro. Al movimento dei "kibbutzim" si deve riconoscere una notevole importanza nella storia del "sionismo" e una considerevole influenza politica: molti "leader" nazionali (per lo più di sinistra, ma anche dei partiti di destra e religiosi) sono ancora membri di "kibbutz". Il "reportage" che qui pubblichiamo esce sul numero di maggio-giugno di
"Terrasanta", la rivista della "Custodia di Terra Santa", diretta da Giuseppe Caffulli (Tel.: 02/34592679).