DALL’INDIA

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Per i "fuori casta" indiani, il cristianesimo è anche via di emancipazione sociale…

Sandra Mazzolini*
("Mondo e Missione", Dicembre 2007)

La pretesa di confinare la religione nella sfera della coscienza di ciascun credente, cioè nella sfera privata, ha una storia secolare ed emerge - ad esempio - quando il discorso sulla laicità dello Stato tende a diventare "laicismo". Il diritto di professare il proprio credo è riconosciuto, a patto che il suo esercizio riguardi appunto la vita del singolo e della comunità religiosa di appartenenza, senza per questo riconoscere uno spazio pubblico alle religioni.
Nell’ottica della riflessione teologica cristiana e della storia della Chiesa, la pretesa di rinchiudere le religioni nello spazio privato non è sostenibile. Cuore dell’esperienza cristiana è infatti l’incontro personale, mediato da una concreta comunità, con il Cristo liberatore, che trasforma l’esistenza di ciascun uomo e di ciascuna donna e che plasma rinnovate modalità di relazione in seno ai vari ambiti del vivere umano. Luogo privilegiato di tale incontro è la Chiesa, che ha elaborato forme diverse di presenza nella storia, accompagnando con modalità proprie lo sviluppo evolutivo delle differenti società e culture.
La
"Conferenza dei vescovi cattolici dell’India" ("Cbci") ha progressivamente modificato il proprio coinvolgimento nei problemi sociali, economici, politici, culturali e religiosi del Paese. Gli anni non facili della costruzione di una nazione indiana indipendente vedono la Chiesa dell’India impegnata nel lavoro sociale e caritativo, in quanto esso è ritenuto un elemento preparatorio dell’opera evangelizzatrice. Poi, in conformità con le indicazioni del "Vaticano II" e, nella stagione "postconciliare", con quelle relative alla promozione della giustizia e della liberazione "olistica" della persona, essa concentra la propria attenzione sulla giustizia sociale e contemporaneamente rafforza il suo impegno a favore dei cristiani di bassa casta e dei "dalit", che costituiscono una parte non piccola del corpo ecclesiale.
In preparazione al "Giubileo" del 2000, la Chiesa indiana riflette ulteriormente sul proprio ruolo e missione, ritenendo che lo Spirito la chiami a un modo nuovo e integrale di essere Chiesa nel contesto dell’India: una comunità riconciliata e d’amore, in dialogo con le altre tradizioni religiose, dedita alla realizzazione di una società più giusta. Il progressivo coinvolgimento nell’impegno sociale in un contesto "multireligioso" e "multietnico" crea relazioni tra la Chiesa indiana e altri soggetti religiosi: un’effettiva cooperazione tra le religioni è necessaria oggi anche in vista della realizzazione di una società più giusta. Questo percorso della "Cbci" trova una corrispondenza nell’elaborazione di alcuni filoni del pensiero teologico indiano. È difficile - e forse anche non necessario - stabilire globalmente se il pensiero dei vescovi abbia condizionato la riflessione dei teologi e delle teologhe (o viceversa); in ogni caso, c’è stata correlazione e reciproco rimando. Il tentativo d’integrare i vari aspetti della liberazione presenti nelle grandi tradizioni religiose asiatiche è un tratto caratteristico del pensiero di alcuni autori indiani, impegnati a dimostrare che in esse sono presenti risorse utili, nella prospettiva dell’inculturazione del messaggio evangelico, non soltanto per la riflessione teologica in quanto tale, ma anche in vista di una trasformazione politica e sociale.
Tale prospettiva, condivisa peraltro anche da teologi di altre nazioni asiatiche, costituisce un elemento peculiare delle teologie della liberazione asiatiche, che differiscono per più motivi da quelle di altre aree continentali. Squisitamente indiana è la teologia
"dalit": i "dalit" - i "fuori casta", soggetti assenti dalla partecipazione alle diverse forme di interazione sociale - diventano soggetto di una elaborazione teologica, che, nonostante la problematicità di certe prospettive assunte e di alcuni esiti conseguiti, va nondimeno segnalata, in quanto rappresentativa di una riflessione contestuale sui movimenti di liberazione oggi in atto in India. Se da un lato essa si contrappone all’espansione delle teologie dominanti, dall’altro recepisce i temi dell’esperienza "dalit" del Divino, ricollegandosi sia all’esperienza fondante del "pathos-dolore", sia alle sue rappresentazioni simboliche, presenti nella cultura e nella religione "dalit". L’esperienza cristiana è compresa di conseguenza come via di emancipazione anche sociale.

* teologa, docente di missiologia alla Pontificia università urbaniana