MISSIONARIE DELL’IMMACOLATA

RITAGLI    Dai numeri al cuore    MISSIONE AMICIZIA

La loro famiglia ha appena compiuto i 70 anni di fondazione, ma il carisma non cambia: annunciare il Vangelo a tutti i popoli,
con lo stesso spirito missionario che identifica il Pime.
Ecco come si presentano le Missionarie dell’Immacolata.

Sr. Sonia Sala, Missionaria a San Paolo (Brasile).

A cura delle Missionarie dell'Immacolata
www.mdipime.org/
("Missionari del Pime", Febbraio 2007)

Siamo circa 870 missionarie: 150 le italiane, oltre 600 le indiane, una cinquantina di brasiliane e una cinquantina del Bangladesh. Poi i piccoli numeri: sette papuane, due camerunesi, due cinesi.

LE NOSTRE COMUNITÀ

Nel mondo contiamo 118 comunità. Da quelle che chiamiamo comunità satellite, minuscole, alle più grandi. Una comunità satellite è, per esempio, Paluru (nel sud dell’India): due suore che lavorano nel villaggio, con un programma triennale di sviluppo, e che sono inserite in mezzo alla gente e abitano una casetta di due stanze, con il tabernacolo dietro una tenda e i servizi igienici fuori.
Una delle comunità più grandi è Vinukonda, ancora in India: 24 sorelle, scuola in inglese, scuola in telugu, la lingua locale, l’ostello per le bambine che vengono da lontano, l’ospedale con il reparto dei malati di aids, la prima evangelizzazione nei villaggi, il lavoro sociale con le donne.
La stragrande maggioranza: comunità di quattro-sei suore che vivono nella giornata i momenti della preghiera comune, gli incontri comunitari, le ore di lavoro al servizio di chi ha bisogno, il tempo delle visite, dell’ascolto, della compagnia e della consolazione.
La composizione è varia, come dimostrano le convivenze colorate della comunità di Ambam: l’africana suor Suzanne, la brasiliana Lucia, le indiane Mary e Nathalie, nella foresta equatoriale camerunese; la comunità di Shek Lei, con suor Marinei brasiliana, Luigia italiana, Vinaya indiana, tra i grattacieli di Hong Kong; la comunità di Vapipi, suor Jane brasiliana, Rotna bengalese, Emanuela italiana, nelle isole dell’Oceania. Il miracolo da compiere ogni giorno del mettersi insieme, dalle fatiche più banali del far convivere abitudini tanto diverse a quelle più profonde della comprensione e dell’accoglienza incondizionata. Ma non va forse il mondo in questa direzione, e non ci è chiesta una profezia quotidiana, quella dell’universalità tra quattro pareti, che prega davanti allo stesso ostensorio, si siede alla stessa tavola e serve la stessa gente?
Piuttosto varia anche la collocazione delle comunità: dall’appartamento al ventunesimo piano di Tsing Yi (Hong Kong), alla casa lunga e stretta nel cuore chiassoso di Kolkata (India), alla casa tipo palafitta a Watuluma nell’isola del Pacifico, al Guamà, quartiere di musica e fango alla periferia di Belem (Brasile), alla silenziosa abitazione tra le risaie del villaggio di Muladuli (Bangladesh).

CHE COSA FACCIAMO?

È come se in ogni luogo sentissimo delle domande a cui cerchiamo di rispondere. Domande di salute, di istruzione, di dignità umana, di senso della vita. Alcune risposte sono tradizionali e raggiungono tante persone: dispensari, lebbrosari, ospedali; scuole e ostelli; attività sociali e promozione della donna; predicazione, catecumenato, catechesi...
Altre cose si inventano, a seconda dei tempi e dei luoghi.
Suor Maria è responsabile della comunità di Bissora, in
Guinea Bissau, per mancanza di un sacerdote; suor Tessy è avvocato e lavora in un centro per la difesa di diritti delle donne a Kadapa (sud dell’India); suor Agnese insegna missiologia all’università Assunção di San Paolo del Brasile, suor Gianfranca invece insegna ricami che sembrano pitture alle donne in Bangladesh. Suor Laura fa parte dell’équipe itinerante che lavora al servizio degli indios dell’Amazzonia, viaggiando per settimane in barca sul Rio; suor Luigia va periodicamente in Cina a insegnare inglese; suor Noel, medico in India, ha iniziato una "maternità" per le donne malate di Aids e suor Lorella, anche lei medico, in Bangladesh, ha aperto nel lebbrosario di Khulna un nuovo reparto per i malati di tubercolosi.
Ci sono sorelle che fanno parte delle équipe di catechesi diocesana in India: campi di tre settimane nei villaggi, con momenti di valutazione, tempi di preghiera, un po’ di riposo e via di nuovo, ogni mese.
E c’è una "squadra mobile" per l’evangelizzazione, sempre in India, con l’indispensabile contributo dei laici: un’équipe di una quindicina di laici missionari, con a capo suor Laura, mettono in scena storie del vangelo e ogni anno fanno dalle 25 alle 30 rappresentazioni, nei villaggi della diocesi di Vijayawada. Tutti, cristiani e indù, vengono a vederle.

IL CUORE ANTICO

C’è anche la "vecchia guardia della missione", ancora fedele e combattiva sul campo del servizio, come le prime sorelle andate in Bangladesh nel 1953, suor Annunciata e suor Carmela. E tra le prime dell’India, suor Ida e suor Stefanina. Ci sono poi quelle della comunità di Monza che, ormai anziane e ammalate, ci accompagnano con la preghiera e la loro sofferenza, come suor Agnese, suor Lorenzina, suor Teresina, suor Clementina, suor Bernardetta. Esse tengono in piedi tutta la nostra missione nella fedeltà e nel dolore.
Infine, vi sono anche una quarantina di novizie e altre giovani, testimoni del fatto che la nostra storia continua, così come piace a Cristo.