CORPO E ANIMA

RITAGLI    Pienezza dell’essere    DIARIO
in un solo battito di ciglia

Mario Melazzini
("Avvenire", 13/1/’08)

«Anche l’immobilità è fonte di gioia». È forse questa l’affermazione più significativa di Jean Dominique Bauby contenuta nel film "Lo scafandro e la farfalla", in uscita nelle sale italiane.
L’esperienza autobiografica che lo stesso Bauby ci ha lasciato in eredità può leggersi come una piena conferma delle potenzialità e delle possibilità conservabili da parte di una persona a cui la malattia abbia minato gravemente il corpo, ma non la mente e l’anima. A volte può succedere che una malattia che mortifica e limita il corpo, anche in maniera molto evidente, possa rappresentare una vera e propria medicina per chi deve forzatamente convivere con essa senza la possibilità di alternative.
Avendo la fortuna di mantenere la propria mente lucida e consapevole, la persona si rende perfettamente conto di quanto possa ancora dare e ricevere a chi vive accanto a lui, alla famiglia agli amici, ai colleghi di lavoro, al mondo esterno. La malattia, l’evento traumatico, non porta via le emozioni, i sentimenti, la possibilità di comprendere che l’«essere» conta di più del «fare».
Per rendere concretizzabile tutto ciò, però, ogni persona che versa in condizioni simili a quelle di Bauby ha bisogno della sua
Claude Mendibil: di qualcuno cioè, che proprio come ha fatto la redattrice della rivista francese "Elle" annotando pazientemente quanto lo stesso Bauby ha dettato tramite il battito delle proprie ciglia, poi confluito nel romanzo "Lo scafandro e la farfalla", si faccia carico dei suoi bisogni. Su tutti, quello di essere ascoltato. Sì, l’ascolto una delle principali forme di presa in carico. Attraverso un’adeguata assistenza si può evitare che lo "scafandro" in cui si trasforma il corpo di chi ha perso le proprie funzioni motorie imprigioni un’anima che nonostante tutto può e vuole continuare a volare.
È questo il messaggio che una società che ambisca realmente ad essere a misura d’uomo deve raccogliere e recepire. Un corpo malato, disabile, non può diventare in nessun caso un fattore di isolamento, esclusione ed emarginazione dal mondo. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute, di disabilità, rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un "peso" sociale. Purtroppo, oggi, una certa corrente di pensiero ritiene che la vita in certe condizioni si trasformi in un "accanimento" ed in un "calvario" inutile, dimenticando che un’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia consentono anche a chi è stato colpito da patologie altamente invalidanti di continuare a guardare alla vita come ad un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia.
La domanda di senso di un’esistenza è strettamente correlata alla possibilità di esprimersi e, soprattutto, al fatto che ci sia o meno qualcuno a raccogliere i messaggi inviati. Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l’abbandono e la solitudine a decretare una vita indegna di essere vissuta.
Può sembrare paradossale, ma un corpo "nudo", spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le "chiavi" che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita.
Un battito di ciglia, lieve e talvolta impercettibile come quello delle ali di una farfalla, può davvero divenire testimonianza della pienezza dell’essere, del sentire e allo stesso tempo un "ponte" che permette a pieno titolo di sentirsi vivi.