LA POLEMICA

Il prepotente ritorno dei vangeli apocrifi si basa su un equivoco:
che siano di valore equivalente al Nuovo Testamento.

RITAGLI   Giuda tradisce ancora   DIARIO

Si sta facendo passare l’idea che i quattro scritti canonici
furono scelti dalla Chiesa tra decine di vite di Gesù disponibili.
E invece Luca & C. sono i testi più antichi e fedeli alle fonti.
Gli altri non hanno la stessa età, anzi li copiano con molta fantasia.

Giulio Michelini*
("Avvenire", 3/5/’06)

I vangeli apocrifi sono tornati prepotentemente alla ribalta dopo che il circuito massmediale ha all'improvviso «scoperto» il cosiddetto Vangelo di Giuda. Non si vuole qui entrare di peso nella questione del personaggio Giuda e dello scritto a lui attribuito. Può invece interessare un punto specifico, che troviamo nel famoso articolo che il National Geographic ha dedicato alla «sensazionale» scoperta. In un box di pagina 13 (dell'edizione italiana), dal titolo «Le altre facce del Cristianesimo», si dice: «Dopo la morte di Gesù, circolarono fra i primi cristiani i racconti della sua vita e dei suoi insegnamenti. Ne furono scritte decine di versioni, ma per il Nuovo Testamento i padri della Chiesa ne scelsero quattro. Nel '900 molti testi scartati sono stati riscoperti. Alcuni, come quello di Pietro, sono simili ai quattro prescelti. Altri, come il Vangelo di Giuda, sono diversi, dando rilevanza alla gnosi, la conoscenza diretta di Dio tramite la coscienza della scintilla divina interiore». A parte la generale approssimazione di tutto l'enunciato, è l'idea sottesa secondo cui i quattro vangeli canonici sarebbero stati scelti tra le «decine di versioni» sulla vita di Gesù circolanti nei primi tempi cristiani, a suonarci alquanto azzardata, oltre che estremamente imprecisa. Soprattutto perché da una simile formulazione parrebbe che i vangeli apocrifi, tra cui quello di Giuda, siano coevi a quelli ritenuti canonici. E la differenza starebbe solo nel fatto della «scelta» compiuta da parte di qualcuno in una stagione successiva (di cui tuttavia non si danno i termini temporali esatti). Ma questo non è assolutamente vero. Da studiosi incontestabili per serietà, è stato dimostrato che i vangeli canonici sono in realtà più antichi - di decenni o addirittura di secoli - rispetto agli apocrifi, compreso l'apocrifo di Pietro. È vero, negli ultimi anni taluni hanno creduto di poter riscontrare in certi testi apocrifi tradizioni della stessa antichità, o addirittura precedenti rispetto a quelle conservate nei quattro vangeli canonici (mi riferisco in particolare alle ricerche dell'americano J.D. Crossan); ma tali ipotesi sono state puntualmente smentite dalla più parte degli studiosi. E invece si può facilmente dimostrare che tutti gli apocrifi sono posteriori ai nostri attuali quattro vangeli, altro non essendo che ampliamenti o rifacimenti degli scritti canonici, da cui partono, e la cui precedenza presuppongono. Non è infatti per nulla indifferente, agli occhi dello storico, che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni conservino una maggiore vicinanza temporale - e dunque fedeltà - rispetto agli avvenimenti narrati: proprio per questo - oltre che per altri motivi su cui non ci soffermiamo - sono stati considerati documenti degni di fede. L'argomento può essere approfondito leggendo l'ampia discussione che è riportata nel volume di John P. Meier, "Un ebreo marginale". "Ripensare il Gesù storico" (vol. 1, Queriniana 2002), dove a conclusione dell'analisi degli apocrifi viene detto: «I quattro vangeli canonici risultano essere gli unici ampi documenti contenenti significativi blocchi di materiale rilevante per una ricerca sul Gesù storico». In altre parole, tutto quanto troviamo nei vangeli apocrifi «è piuttosto la reazione a scritti del Nuovo Testamento o la loro rielaborazione da parte di […] cristiani fantasiosi che rispecchiavano la pietà e le leggende popolari e da parte di cristiani gnostici che sviluppavano un sistema mistico speculativo». Stupisce, in ogni caso, che un articolo del National Geographic, sul quale la rivista ha così investito da allestire addirittura la copertina di quel numero, sia stato scritto da un giornalista che non ha alcuna dimestichezza con questi temi, come si evince dal suo pur interessante curriculum. Ma le imprecisioni abbondano. Ad esempio, il vaticanista Benny Lai afferma - a pagina 20 - che «nessuno dei pontefici del nostro tempo, per limitarci a quelli che si sono succeduti nell'ultimo mezzo secolo, ha mai avuto occasione di parlare in pubblico dei vangeli, degli atti, delle epistole, o delle apocalissi definiti apocrifi». Non è vero: basta consultare il sito internet della Santa Sede, cercare col motore di ricerca la parola «apocrifi», e controllare. E ancora: il professore della Gregoriana di cui si parla alla pagina 23 non è Peynet, ma Roland Meynet, che insegna esegesi del Nuovo Testamento. E altro ci sarebbe ancora da dire. Il National Geographic è senza dubbio una bellissima rivista. Tuttavia la preferiamo quando, con maggiore serietà di documentazione, tratta di geografia, etnologia, esplorazioni. Lasci stare argomenti per lei troppo complicati, come quelli dei papiri e dei testi apocrifi.

*docente di Nuovo Testamento, Istituto Teologico di Assisi