INTERVISTA

Mentre s’inasprisce la polemica sulla "Fiera del libro" di Torino,
che avrà ospite Israele,
parla lo scrittore David Grossman.

RITAGLI     La letteratura è dialogo     TERRA SANTA

«Sul Medio Oriente continuo a nutrire speranza,
nonostante i due "leader" israeliano e palestinese
non abbiano fatto granché sinora per la pace».

Riccardo Michelucci
("Avvenire", 2/2/’08)

«Gli scrittori sono oggi i nuovi "profeti" di Israele secondo l’accezione autentica del termine: messaggeri, araldi e anche "portavoce" dell’ebraico della "diaspora" che costituiva un legame "interculturale", un "ponte" tra il mondo musulmano e quello cristiano. Questa lingua è tornata oggi a diffondere ampiamente il suo messaggio». Il prezioso ruolo giocato dagli intellettuali israeliani viene ribadito dallo scrittore David Grossman. L’autore del recente "Con gli occhi del nemico", ormai popolarissimo in Italia, pochi giorni fa è stato accolto da una folla di docenti, studenti e semplici appassionati nell’"aula magna" dell’"Ateneo" fiorentino dove ha ricevuto la "laurea honoris causa". Il clima rischia però di essere ben diverso tra poco più di tre mesi, a Torino, se gli organizzatori della XXI Edizione della "Fiera del libro" confermeranno l’invito a Israele come ospite d’onore. Una "kermesse" che è da sempre occasione di confronto tra culture e simbolo di pace quest’anno è preceduta da tensioni e polemiche. Scrittori e giornalisti arabi hanno già inviato proteste formali sottolineando l’inopportunità di tale invito. Eppure dalle opere dei tre protagonisti più attesi - Amos Oz, Abraham Yehoshua e lo stesso Grossman - emerge con forza il concetto che la letteratura e l’arte sono strumenti di dialogo e di pace.
Grossman da parte sua ribadisce la necessità di usare l’arte, in tutte le sue forme, per gettare "ponti" fra cultura e religioni. Sul pericolo di ritorno dell’"antisemitismo", dice: «È necessario stare in guardia contro l’incubo di un passato che potrebbe rivelarsi ricorrente, non rassegnarsi alle possibili distorsioni e ai loro meccanismi "manipolativi". Dobbiamo evitarlo grazie a ciò che facciamo nella vita politica, nell’educazione dei nostri figli, nel modo con il quale ci relazioniamo con gli stranieri o i semplici sconosciuti».

Perché è così importante continuare a raccontare la "Shoah"?

«Per neutralizzare chi nega l’"Olocausto" o traccia una "simmetria" errata e inammissibile fra la sofferenza dei tedeschi e quella degli ebrei. Più si riduce il numero dei sopravvissuti, più c’è il rischio che con il passare del tempo si dimentichi cos’è stata realmente la "Shoah". Credo sia sempre più necessario ascoltare e dare attenzione alle singole storie personali delle vittime e dei sopravvissuti. E senza nulla togliere alla ricerca storica, ritengo che il modo migliore per farlo sia attraverso l’arte - dalla letteratura al cinema, dal teatro alla pittura - , un mezzo sempre più importante per affrontare ardui interrogativi, per chiedersi: "Come mi sarei comportato se fossi stato una vittima o un connazionale degli aguzzini?"».

Qual è il modo migliore per raccontare queste storie?

«Evitando la scrittura giornalistica, che non dice niente e si limita a usare vecchi "cliché" che proteggono chi legge dal messaggio. Al contrario, io credo al bisogno costante di "reinventare" la lingua che parliamo, provando a descrivere ogni cosa da un punto di vista diverso. In questo modo la gente comune può trarre beneficio da ciò che viene creato dall’arte e può trovare un’identificazione emotiva attraverso di essa.
Dobbiamo stare sempre all’erta per renderci conto quando cominciamo a collaborare con il male nella nostra vita di tutti i giorni, perché la violenza e l’orrore dell’
"Olocausto" possono tornare ancora, è una sfida continua».

Anni fa lei aveva già proposto una riflessione "corale" sull’angoscia del popolo sopravvissuto alla "Shoah" con il libro che è considerato il suo capolavoro, "Vedi alla voce: Amore"...

«Sì, volevo cercare di comprendere l’esistenza che non avevo avuto laggiù, per capire se, da vittima, sarei stato in grado di mantenere una parvenza umana o, da "aguzzino", cosa un uomo deve cancellare dentro di sé per essere parte di un meccanismo omicida.
In altre parole che cosa avrei dovuto sopprimere in me stesso per poter sopprimere altri, o anche "soltanto" accettare quella situazione in silenzio. Prometto che i miei libri continueranno a porre questi interrogativi, e cercheranno di dare loro risposta».

Vede "sbocchi" possibili in tempi brevi per una prospettiva di pace e un cambiamento profondo nel suo paese?

«Io continuo ad avere speranza, perché non posso permettermi il "lusso" della disperazione, ma non nego che israeliani e palestinesi stiano vivendo adesso tempi molto difficili. E non posso neanche dire che entrambi i "leader", di Israele e Palestina, abbiano fatto quello che davvero servirebbe per raggiungere una pace durevole. No. Almeno non fino ad ora».