INTERVISTA

Douad Hari, testimone nel mondo del "genocidio" da cui è scampato:
«L’Occidente prema sul Sudan e sulla Cina che lo sostiene».

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«Servono due "sanzioni",
per indurre Khartoum ad accettare operatori di pace internazionali.
Per convincere Pechino, l’arma può essere "boicottare" le "Olimpiadi"».

Riccardo Michelucci
("Avvenire", 17/6/’08)

È stato vittima della peggiore "crisi umanitaria" del nostro tempo ma è riuscito a non farsi travolgere dall’odio e dal desiderio di vendetta nei confronti dei "carnefici". Di fronte all’"ecatombe", ha trovato anche il coraggio per raccogliere la memoria del suo paese, il Darfur, e adesso sta facendo arrivare al mondo il grido di dolore della sua gente. Daoud Hari, giovane sopravvissuto al "genocidio", è l’autore di "Il traduttore del silenzio", lo straordinario "libro-testimonianza" le cui pagine non lesinano sull’orrore ma lasciano spazio alla speranza e alla convinzione che non tutto è perduto. «Odiare chi ha distrutto la mia famiglia e la mia terra, o peggio, pensare di ucciderli non servirebbe a niente, non farebbe altro che abbrutirmi, mi logorerebbe – spiega – : per questo non considero il generale Bashir (il dittatore sudanese, "ndr") un nemico. Anzi sarei pronto a sedermi accanto a lui e a chiedergli perché sta facendo tutto questo alla mia gente. Vorrei capirlo».
In queste settimane Daoud Hari è in giro per l’Europa a promuovere il suo libro, che è già un successo negli Stati Uniti – dove ha venduto oltre centomila copie in un mese – ed è stato pubblicato in Italia da "Piemme" con la traduzione di Annalisa Carena. Quando alcuni anni fa iniziarono le brutali "scorribande" dei miliziani arabi "janjaweed" appoggiati dal governo di
Khartoum, lui si trovava lontano dal suo Paese. Fu allora che decise di fare il percorso inverso dei profughi, e usare la sua conoscenza del territorio e della lingua inglese offrendosi come interprete e guida per giornalisti e organizzazioni umanitarie.
«Ero ben consapevole che il mio poteva essere un viaggio di sola andata, ma non avevo scelta.
Avevo bisogno di rivedere la mia famiglia, capire cosa potevo fare per loro e per il mio popolo». Il suo villaggio e molti suoi familiari vengono spazzati via, lui stesso è costretto a seppellire con le sue mani l’amato fratello Ahmed, mentre sul suo Paese si abbatte quella che lui stesso definisce «la fine del mondo».
Secondo le stime delle "Nazioni Unite", la "tragedia epocale" che ha colpito il Darfur – terra dal bassissimo reddito "pro-capite" ma assai ricca di risorse – ha causato circa trecentomila morti e due milioni di rifugiati in meno di cinque anni. Far conoscere questo dramma fuori dai confini del Paese diventa così la missione e la ragione di vita di Daoud, che prima collabora con la delegazione
"Onu" che intervista più di mille persone e stabilisce legalmente che è in atto un "genocidio", poi torna decine di volte nella regione settentrionale del Sudan, rischiando la vita, per raccontare al mondo le sofferenze della sua gente.
Durante una di queste missioni, viene catturato con l’accusa di "spionaggio" insieme a Paul Salopek, giornalista statunitense due volte "Premio Pulitzer". Dopo mesi di torture in carcere, si salva in modo "rocambolesco" e ottiene "asilo politico" negli Stati Uniti.

Crede che il suo libro sia già riuscito a far cambiare la percezione della gente, a renderla più consapevole di quanto sta accadendo in Darfur?

«Mi fa molto piacere che tanta gente legga e apprezzi il mio libro. Per me è stato molto difficile scriverlo, e adesso è altrettanto difficile parlarne ma avevo il dovere di raccontare la mia storia al maggior numero di persone possibile. Molti mi hanno già detto che leggendolo hanno cambiato la loro opinione su quanto accade nel mio Paese.
Credo che stia aiutando la gente a comprendere meglio il problema del Darfur, che è assai complicato. Spero che servirà anche a far capire com’era la nostra vita prima di un conflitto che non sarebbe mai dovuto scoppiare».

Ma cosa possono fare concretamente le persone comuni, in Occidente, per aiutare il Darfur?

«La gente potrebbe fare pressione sul proprio governo affinché si impegni sul serio per aiutare il mio Paese. Per esempio introducendo "sanzioni" mirate sul governo di Khartoum e spingendo la Cina a confrontarsi con il governo sudanese sulla sua politica nei confronti del Darfur.
Anche se ciò dovesse comportare il "boicottaggio" delle
"Olimpiadi"».

Quale potrebbe essere una soluzione politica alla tragedia del suo Paese

«Prima di tutto è necessario porre fine ai massacri e far entrare gli operatori di pace. Poi dovrebbero essere organizzati colloqui "multilaterali" che comprendano tutte le parti in causa, quindi anche i rifugiati del Ciad. In questo senso i governi occidentali potrebbe essere di grande aiuto».

È disposto a perdonare i "carnefici" del Darfur in futuro?

«Non sta a me decidere se meritano o meno di essere perdonati. Di certo dovranno convivere con il pensiero di quanto hanno fatto e renderne conto al loro Dio».

Come immagina la sua vita nel prossimo futuro?

«Non so, con precisione, neanche cosa mi attenderà nella giornata di domani ma spero, un giorno, di poter andare all’Università per imparare il modo migliore per sostenere la causa del mio popolo. Soprattutto vorrei però tornare in un Darfur "pacificato" per contribuire alla ricostruzione e ricongiungermi con i membri sopravvissuti della mia famiglia».