LA MISSIONE PENSA
Educare in
stile missionario è credere profondamente
nella "circolarità" della relazione, che si fa apertura reciproca.
Sr.
Daniela Migotto
("Missionarie
dell’Immacolata", Aprile 2008)
Sarà una coincidenza, oppure il "fluire" di un interesse personale, ma mai come in questi tempi ho letto tante analisi sulla condizione giovanile attuale e sulla conseguente emergenza educativa. Lo stesso Benedetto XVI, nel mese di Gennaio, ha scritto una "Lettera" alla Diocesi di Roma, che metteva come tema centrale il compito dell'educazione in una situazione di "emergenza".
La parola "emergenza" rimanda all'idea del doversi fermare per ridare attenzione all'essenzialità e alla vera importanza delle cose. E l'educazione in quanto tale mi sembra che abbia davvero bisogno di considerazione e "ripensamento".
Tra i tanti tentativi di dare luce al problema, mi sembra interessante quello che propone l'educazione come un incontro "graduale" e misterioso tra due culture differenti, dove lo "svelarsi" e il condividere portano alla creazione di una novità per entrambi gli "interlocutori".
L'altro, ed in particolare il giovane o l'adolescente, spesso ci appare come uno "straniero" (e l'adulto per loro!); parla una lingua che non conosciamo, ha delle usanze e dei riti che spesso ci stupiscono, per non dire che talvolta ci "inquietano".
Da missionaria non mi sembra allora difficile immaginare la "dinamica" educativa come il desiderio di far emergere da se stessi e dall'altro la bellezza del "mistero" che ci abita, nella delicatezza e nel rispetto di un incontro che vuole consegnare e ricevere, e nella certezza di un tesoro da condividere che certamente è già all'opera in ogni "strato" dell'umanità.
Educare in stile missionario significa avere l'umiltà di partire dall'altro così com'è, imparando innanzitutto la sua lingua e la sua cultura, mostrando sincero interesse per la sua vita, accendendo la "precarietà" di un amore disinteressato, o forse è meglio dire, totalmente "interessato" al bene di colui che si ha di fronte.
I ragazzi oggi, come sempre, hanno bisogno di essere accolti e "stimati", e ciò non significa tacere il male o accondiscendere alle loro "dispersioni", ma averli davanti a sé nell'interezza della loro persona, che ha bisogno di essere riconosciuta ed accettata "incondizionatamente". Non possiamo semplicemente attenderli inquieti e disturbati alle tante iniziative che spesso non trovano risposta. Il movimento dell'educare è quello del missionario che parte, esce da sé, dalla propria terra per incontrare e far incontrare la Salvezza, sicuro che ovunque andrà lo attende il Signore.
Spesso di fronte ad una "diversità" incomprensibile o all'apparente indifferenza giovanile viene voglia di prendere distanza o di cedere ai "luoghi comuni" che ci mettono al riparo: "I giovani d'oggi non sono come quelli di una volta... rispettosi, onesti, generosi!", parole chissà quante volte ripetute e poco utili a livello di "prospettive"; l'"appello" che proviene dai giovani stessi, invece, e che possiamo ritrovare anche nelle parole del Papa, è quello di una vicinanza rinnovata e piena di speranza accanto alle nuove generazioni, che hanno l'"onere" di vivere in una società che li abbandona a se stessi senza dar loro alcun punto di riferimento, se non un nuovo genere di "consumo".
L'educazione che è missione diventa dono di sé gratuito, in un "gioco" di libertà che apre al rischio e all'"inedito", di cui nessuno può conoscere anticipatamente il finale; e Gesù sulla Croce ci ricorda che questo è l'unico modo di amare e di rendere capaci di amare.
Educare secondo uno stile missionario è andare oltre, è superare le sicurezze di una trasmissione "lineare" che parte univocamente dall'idea di possedere qualcosa da insegnare. È credere profondamente alla "circolarità" della relazione, che si fa apertura reciproca, fedeli al proprio essere e alla propria responsabilità nei confronti di se stessi, dell'altro e del mondo che attende. Come dice Freire, un "pedagogista" a me molto caro: "Educare è il dialogo creativo che sta alle origini del cosmo, dove nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, ci si educa insieme".
La missione non è forse così?