IL FATTO

Un imprenditore bolognese, Giorgio Lolli,
ha creato centinaia di emittenti in tutto il Continente.
Nel 1991, in Mali, contribuì, con gli impianti montati in una notte, alla caduta del dittatore.
«Formiamo i tecnici, cerchiamo di far sì che si parli in lingua locale
e che rimanga spazio per il pluralismo.
Libertà significa che ognuno può farsi sentire».

RITAGLI    Radio d’Africa, la voce «di chi non ha voce»    MISSIONE AMICIZIA

Migliaia di stazioni a piccolo raggio raccontano la vita delle comunità
in contesti in cui altri mezzi di comunicazione hanno ancora scarsa diffusione.
Una risorsa e anche uno strumento politico.

Alessandro Milan
("Avvenire", 6/6/’07)

È come una immensa onda che si diffonde per un intero continente. Si possono immaginare così le migliaia di stazioni radio che trasmettono in Africa. Un brulicare di voci e suoni che raccontano la vita delle comunità, dalle più grandi cittadine a quelle più piccole rurali. Un diplomatico di lungo corso ha detto che la radio, in Africa, è come la "Gazzetta ufficiale": tutti la ascoltano e tutti credono a quello che dice. Parlare di radio nel Continente vuol dire raccontare la vita di Giorgio Lolli, bolognese, 63 anni, gli ultimi trenta dei quali spesi a girare da un Paese all'altro per creare emittenti. Un'avventura cominciata per caso: «Nei primi anni '70 andai in Eritrea per girare un documentario sui guerriglieri del "Fronte di liberazione' - ricorda Lolli - . Loro erano in contatto con un gruppo di palestinesi in Giordania, ma per problemi tecnici non riuscivano più a comunicare via radio. Era un problema banale, un cavo difettoso che sistemai in pochi minuti. Non mi resi conto che era cambiata la mia vita». Fu allora che Lolli capì le potenzialità della radio in Africa. Là dove le distanze sono spesso incolmabili e le informazioni circolano al ritmo del lento scorrere della vita, un mezzo immediato, dinamico ed economico poteva segnare la svolta per milioni di persone. Ma fu solo dieci anni dopo che il sogno di Lolli si concretizzò. E, come in Eritrea, anche stavolta la vicenda fu a dir poco "rocambolesca". Era il marzo del 1991 e in Mali la dittatura di Mussa Traorè aveva i giorni contati. «Arrivai nel Paese con un'antenna ma dichiarai alla dogana che stavo trasportando un bisturi elettrico - dice Lolli - . Feci tutto di nascosto: in una notte montai in casa una piccola stazione e al mattino cominciai a mandare segnali: "à bas Traorè! à bas Traorè!"». Con quei messaggi Lolli diede un piccolo contributo al rovesciamento del dittatore maliano. Quella emittente, nata clandestina, divenne "Radio Bamaka" e fu la prima radio libera autorizzata dal nuovo governo. «La sede era su uno dei promontori che sovrastano la capitale - spiega Lolli - . Dopo l'inaugurazione, nel giro di due giorni migliaia di persone affollarono l'area: tutti volevano vedere, tutti volevano parlare al microfono. Ed è sempre così in Africa: vai nel villaggio più sperduto, costruisci una radio e quello diventa il fulcro della comunità. Lì capii che avevo trovato il mio scopo: dare voce ai senza voce». Da allora Lolli ha avviato oltre 500 emittenti in Ghana, Niger, Mali, Togo, Mozambico, Senegal, Burkina Faso, Nigeria. Non c'è Paese dove non vi sia il marchio della sua azienda, la "Solaire", il cui motto è diventato appunto quello di dare voce ai senza voce. «Per questo - insiste Lolli - mi batto contro l'invasione "straniera": nelle radio che costruisco si parla la lingua locale. Inoltre, impongo un limite di potenza al segnale del ripetitore: i primi anni era di 250 watt, oggi arriviamo a 1000 watt. Libertà non vuol dire che il più ricco vince. Libertà significa che ognuno, anche il più povero, possa farsi sentire». Altro capitolo su cui punta molto l'imprenditore bolognese è la formazione: «Il vero dramma dell'Africa - continua Lolli - è che gli occidentali vendono qui i loro prodotti ma non insegnano nulla. E gli africani non hanno gli strumenti per andare avanti da soli. Io invece ho fondato la scuola "Solaire", legata alla mia azienda, nella quale vengono formati tecnici radiofonici». Funziona così: Lolli vende una stazione radio e nel prezzo (dai 10 ai 20mila euro) è compresa, oltre all'installazione delle apparecchiature, l'addestramento di due o tre tecnici locali che vengono ospitati per un mese a Bamako: lì apprendono i rudimenti della radiofonia e come si sta davanti a un microfono. «Garantisco a questi ragazzi un lavoro. Così, quando si rompe un "mixer" di una radio sperduta nel deserto, loro sono in grado di ripararlo e il segnale non si spegne mai». L'orgoglio di Lolli è un ragazzo della tribù Dogon, il popolo che vive nell'altipiano del Bandjagara, in Mali. «Quando lo presi alla scuola non sapeva neanche la differenza tra corrente continua e alternata. Oggi è il mio capo operaio e monta tralicci in tutta l'Africa». Sembra tutto perfetto, ma il mondo radiofonico del Continente è ben più complesso. Innanzitutto, sotto il profilo economico. Di pubblicità ce n'è pochissima, le sovvenzioni pubbliche sono rare. Già, ma allora come sopravvive una radio in Africa? «Ci si arrabatta - dice Lolli - . Molti editori non pagano la luce, l'affitto, i dipendenti. Si recupera qualche soldo con gli annunci: si smarrisce un bambino? Chi lo trova lo porta alla stazione radio più vicina e al microfono si avvisano genitori e parenti. Nel giro di qualche ora si presenta qualcuno a recuperarlo e gli si chiede qualche spicciolo per il servizio. Poi ci sono gli annunci di matrimonio, di nascita o di morte». Insomma, attraverso i microfoni delle radio africane scorre la vita della gente: «Ricordo quando creai la radio a Bankass, nel deserto del Mali - conclude orgogliosamente Lolli - . All'inaugurazione c'era tutto il villaggio, gli abitanti si erano addirittura "autotassati" pur di avere la loro emittente. E il sindaco disse: "Ora che abbiamo la farmacia, il pozzo e la radio, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno". Quel giorno ho capito veramente cosa vuol dire dare voce ai senza voce».