Le altre "Olimpiadi", quelle dei "disabili"

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OSCAR PISORIUS, velocista sudafricano: campione su gambe speciali!

Antonio Maria Mira
("Avvenire", 11/9/’08)

Corre, salta, "sprinta", scatta, schiaccia, allunga, centra: parole che difficilmente associamo ai termini "disabile" o "handicappato". Eppure da cinque giorni a Pechino gli stadi, le "piste", i "palasport", le piscine sono piene di quell’umanità che sembra così lontana dal concetto di attività fisica. Si giocano le "Paraolimpiadi", le "Olimpiadi" degli atleti "diversi", proprio lì dove venti giorni fa si sono chiusi i "Giochi" dei cosiddetti "normali". Certo i "Tg" e i giornali ne parlano troppo poco, ed è davvero un male, perché anche in questi giorni si gioca, si corre, si vince e si perde, si esulta e si piange, si raggiungono "record" e si mettono al collo medaglie. Proprio come gli "altri". No, anzi, di più. Queste vittorie, queste medaglie valgono il doppio. Sono la vittoria di una vita "in salita". Spesso oscura, nascosta.
Fatta anche di vergogna per un corpo diverso dagli altri, "sgraziato", "disarmonico", così lontano dalla perfezione degli atleti. Eppure i quattromila atleti "disabili" (84 italiani) sono lì davanti a tutti, con le loro imperfezioni, le loro difficoltà.
Per dire e per far vedere che questi ostacoli, pur se drammaticamente veri, si possono superare. O almeno provare a farlo. Per essere, e per sentirsi, ancora una volta il meno diversi possibile. Già perché se non hai una gamba, se non vedi, se sei obbligato a muoverti in "carrozzina", non sarai mai uguale ai "normali".
La vicenda di
Oscar Pistorius, con le sue protesi "ipertecnologiche", ha probabilmente un po’ depistato dalla realtà dello "sport" per i "disabili", che è fatto di tante piccole storie quotidiane, più grigie di quella del bravo atleta sudafricano, ma molto più importanti. Come la vita quotidiana dei "disabili" e delle loro famiglie, alle prese ogni giorno con continue competizioni per superare le mille difficoltà dell’integrazione, della solitudine, dell’incomprensione, dell’abbandono. E allora lo "sport" diventa davvero elemento di riscatto per chi per troppo tempo è stato considerato solo una "palla al piede", un inutile "errore della natura" da nascondere se non addirittura da eliminare in nome dell’efficienza (non andrebbero mai dimenticati i "campi di sterminio nazisti" per i "disabili"). A Pechino questi "errori della natura" si mettono in mostra come i loro fratelli "normali". E corrono e saltano. Per provare a vincere. Ma in fondo hanno già vinto e molto più di una luccicante medaglia d’oro.
Non sentirsi più inutili, messi da parte, "brutti anatroccoli" guardati con compassione, ma candidi "cigni" che per un giorno spiccano davvero il volo. Loro che provano a volare per tutta una vita. "Sport" e non solo.
Perché anche per gli atleti "disabili" le gare di questi giorni sono il traguardo di una lunga e difficile preparazione. Ancor più lunga e difficile di quella degli atleti "normali". Fin dall’inizio. È ben noto quanto possa far bene a tutti i "disabili" l’attività sportiva, o anche semplicemente l’attività motoria, eppure quanti ostacoli, quante "barriere", più psicologiche e comportamentali che "architettoniche". Così a scuola i bambini "disabili" non fanno quasi mai "educazione fisica" e gli impianti sportivi pubblici non sono attrezzati per ospitarli. Eppure basterebbe guardare i sorrisi e la gioia sul viso degli atleti a Pechino, sia che vincano sia che perdano, per capire quanto sarebbe più bella e giusta una società dove tutti possano, coi loro limiti, avere le stesse opportunità. I "disabili" partono svantaggiati, nelle "piste" come nella vita, ma il traguardo c’è anche per loro. Lo "sport" li può aiutare.
Aiutiamoli a vincere.