Dalla "prolusione" di Bagnasco

RITAGLI    Quel sentirsi comunità di intenti    DOCUMENTI

Cesare Mirabelli
("Avvenire", 15/3/’08)

La "solidarietà" è un «dovere costituzionale». È probabile che un’affermazione così "perentoria" in molti susciti sorpresa o perplessità. Siamo abituati a considerare la "Costituzione" come la "carta dei diritti", spesso il sostegno per le nostre "rivendicazioni", la "leva" per affermare come pretesa la soddisfazione delle proprie attese nei confronti degli altri e delle istituzioni. Al più, diritti che trovano un limite nei diritti altrui, quasi per un "regolamento" di confini tra opposti egoismi. Eppure accanto ai "diritti," anzi, l’altra faccia dei diritti sono, appunto, i "doveri" verso gli altri e quelli connessi all’essere ed al sentirci comunità.
Una delle più importanti "disposizioni costituzionali", che esprime al meglio l’impostazione "personalistica" che pervade tutta la "Carta fondamentale", riconosce e garantisce i "diritti inviolabili" dell’uomo, ancorati alla dignità della persona, di ogni persona. Ma non si ferma a questo. L’"Articolo 2" della "Costituzione" allo stesso tempo e con pari forza «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Si va oltre la libertà dal "bisogno", come condizione per l’effettivo "godimento", da parte dell’individuo, dei suoi diritti di libertà, per aprire ad una dimensione "solidaristica" la stessa concezione dei diritti. Essere e sentirsi una "comunità", appunto, che ha comuni destini, nella quale ciascuno opera con l’originalità che gli è propria, in una prospettiva attenta al "bene comune". In maniera sorprendente affiorano, nelle "asciutte" formule giuridiche, non solo principi, ma anche valori che animano e danno sostanza a quei principi.
«Dobbiamo uscire dall’individualismo, dal pensare egoisticamente solo a se stessi e alla propria "categoria" nella dimenticanza di tutti gli altri». Quest’esortazione del
cardinale Bagnasco, contenuta nell’ultima prolusione al "Consiglio permanente della Cei", riflette un dovere morale, una visione dell’uomo radicata nella dimensione religiosa. Questa, tuttavia, si inquadra bene anche in quei "valori" che animano la "Costituzione" e ne fanno non solo un "documento giuridico", ma l’espressione profonda del sentire di una comunità. La prolusione ha raccolto anche «le attese più urgenti», comunemente avvertite: l’emergenza "abitativa", una maggiore sicurezza nel lavoro, il sostegno alla maternità, la difesa del "potere d’acquisto" di chi trae il "sostentamento" dal proprio lavoro o dalla pensione... Ed ha invitato ad un impegno "convergente", «nel rispetto dei ruoli che il "corpo elettorale" vorrà assegnare», «per dare un miglioramento "effettivo" alle condizioni di vita della parte più consistente della popolazione». Su questo terreno si esprime il dovere di solidarietà al quale la "Costituzione" ci richiama: non solo sociale ed economica, ma anche politica. L’obiettivo è comune, vi può essere una diversa visione dei mezzi per conseguirlo, e la scelta tra essi può essere oggetto di dibattito e di "competizione", ma non di scontro o di reciproca "interdizione" tra quanti, nell’agire politico, hanno a cuore il "bene comune".