La vicenda di Mons. Rahho

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Marcia pacifica, a Mosul e dintorni, per chiedere la verità sulla vicenda di Mons. Rahho...

Cesare Mirabelli
("Avvenire", 18/3/’08)

Può sembrare "singolare" che nel mondo sia necessario "ribadire" ancora oggi che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona», o che tutti hanno diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e che questo diritto «include la libertà di cambiare di religione o di "credo", e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione, o il proprio "credo", nell’insegnamento, nelle pratiche, nel "culto" e nell’osservanza dei riti». La professione e la pratica della propria religione, come il mutamento di "credo", non deve dunque mettere in pericolo la vita e la sicurezza della persona. Queste sono affermazioni della "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo", proclamata sessanta anni fa dall’"Assemblea delle Nazioni Unite", "ammaestrate" dalle tragiche esperienze cui l’umanità era stata sottoposta.
Non si tratta di "auspici" o esortazioni affidati ad un impegno morale. Si tratta di veri e propri "diritti", che sono stati poi garantiti da "convenzioni internazionali", le quali vincolano formalmente gli Stati, e li impegnano ad osservarli ed a pretendere che siano osservati. Il "Patto internazionale sui diritti civili e politici" (1966) garantisce, nei termini già affermati dalla "Dichiarazione universale", il diritto alla vita, che considera inerente alla persona umana, il diritto alla libertà ed alla sicurezza della persona, la libertà di professare e praticare la propria religione.
Eppure, si tratta di "diritti" ancora oggi "violati". In non pochi luoghi è impedita la libera professione della propria fede e la pratica religiosa in privato e in pubblico. Intere comunità sono "discriminate" o colpite per la religione praticata. È limitata la libertà o è "aggredito" chi ne guida la vita religiosa, sino a mettere a rischio la sicurezza e la vita delle persone. A volte l’attacco è "sistematico", tollerato o non impedito, se non addirittura consentito o "promosso", da Stati che non rispettano i "diritti umani".
La "procurata" morte dell’
arcivescovo di Mosul Rahho, come un anno fa l’uccisione del suo segretario, non costituisce purtroppo un doloroso ed "isolato" episodio. Né le "violazioni" della libertà religiosa riguardano solo quel Paese.
La sofferenza a causa della religione professata, sino al "martirio", ha l’inestimabile valore della "testimonianza" della fede. Ma rende "manifesta" una profonda "ferita" dei diritti dell’uomo, che richiedono a tutti gli individui ed alle comunità di "invocarne" e praticarne il rispetto; agli Stati ed alle "organizzazioni internazionali" di assicurarne la "protezione". I diritti fondamentali della persona, e tra questi i diritti della coscienza e della fede, sono riconosciuti e garantiti come "diritti universali". Universali perché non sono ristretti nei "confini" di ciascuno Stato, né rimessi alla "discrezionalità" delle loro leggi, ma essendo "inerenti" alla persona umana devono essere assicurati in ogni luogo ed a ciascun individuo. Universali perché la loro "violazione", sia pure nei confronti di un solo individuo, colpisce e mette in pericolo i diritti di tutti e richiede da tutti una chiara affermazione di condanna ed un serio "contrasto".
Gli Stati e le "organizzazioni internazionali" devono adoperarsi perché queste "violazioni" non accadano. Devono impegnarsi perché non si ripetano. Questo è necessario, se non vogliamo che i diritti "fondamentali", i "diritti umani", si riducano ad un’affermazione "retorica", che rischia di rimanere più volte priva di effettivo "riscontro" nella realtà.