SOCIETÀ E CULTURA

RITAGLI   Islam-democrazia: incontro possibile   DIARIO

Parla il giurista tunisino Yadh Ben Achour:
«Se c'è reciprocità, conciliare Corano e diritti civili è facile.
Però gli integralisti rifiutano ogni cosa che sembri minare la sovranità di Allah».

Maria Laura Conte
("Avvenire", 5/12/’06)

Se si prendono in considerazione islam e democrazia a livello concettuale, non si arriverà mai a una conciliazione; se li si guarda a partire dalla storia, impastando questi concetti nella concretezza delle relazioni umane, e se l'uno concede qualcosa all'altro, allora possono procedere insieme, possono coesistere. È la convinzione che anima lo studio e il lavoro di Yad Ben Achour, tunisino, docente di Diritto all'Università di Tunisi, impegnato in una serie di lezioni in giro per l'Europa per far conoscere l'«altro» islam, quello che non ci sta a farsi scolpire dallo stereotipo «islam uguale violenza». «Se consideriamo la democrazia come puro concetto, in base al quale il potere e il diritto sono l'espressione esclusiva di un accordo sociale, se si mette a fuoco che il vero dibattito democratico è il rifiuto dell'assoluto e la categoria del profano, non si potrà mai arrivare a una conciliazione tra la democrazia e l'islam, che appartiene a un'altra sfera di pensiero. L'islam appartiene alla categoria del sacro e allo stesso tempo a quella storica e politica, considera la vita dell'uomo sulla terra non come un fine in sé, ma come un percorso, attraverso il quale l'uomo deve passare per guadagnarsi la vita eterna aderendo alla legge di Dio, non degli uomini. L'uomo per l'islam è creato per abbandonarsi alle mani di Dio e credere. Ma, come accade nella storia reale degli uomini, intrisa di concretezza e non ambito di puri concetti, se la democrazia fa una concessione alla religione e viceversa, allora anche democrazia e islam possono coesistere».

Quali concessioni?

«La democrazia deve concedere alla religione la libertà del credente di praticare la sua fede, la libertà di coscienza, a patto che il credente rispetti le norme dello Stato stabilite dalla maggioranza; e la religione deve concedere allo Stato di essere la fonte delle norme che regolano la convivenza civile. In questa reciprocità, democrazia e islam possono coesistere».

Ma non sembra così facilmente praticata questa strada.

«Perché oggi l'islam è diviso in due tendenze. C'è una che resta legata al concetto puro di democrazia e di religione e quindi che rifiuta la democrazia perché ritiene che accettarla significhi negare la sovranità di Dio e dei profeti, che quasi coincida con un inizio di ateismo, come i "talebani" dell'Afganistan, il Fronte islamico algerino, l'Armata di Maometto in Pakistan. E c'è una tendenza chiamata "liberal", presente in Turchia, Tunisia, Marocco e in varie comunità in Occidente, che ritiene e che valorizza la laicità dello Stato e considera la propria religione islamica compatibile con la democrazia sulla base della distinzione tra ciò che è l'islam eterno, l'islam della fede intima, da quello della legge, giuridico e politico».

Quindi la laicità di uno Stato dipenderebbe dalla sua capacità di relegare la religione a «questione privata»?

«È impossibile comportarsi considerando la religione come semplice affare privato. In Francia, per esempio, lo Stato è obbligato a controllare le moschee o a verificare le nomina degli "imam", per sentire cosa viene proclamato, deve organizzare la religione creando un consiglio superiore di musulmani. In America sui biglietti dei dollari c'è scritto «Crediamo in Dio». Ma lo Stato può pretendere dalla religione di non occuparsi dell'elaborazione della legge. Questa è la laicità: in un Paese democratico è il Parlamento, eletto da tutti, che vota le leggi in considerazione del bene pubblico, in funzione del bene generale della città. La religione non deve mettere naso là».

Ma come in questo confronto si possono distinguere quelli che sono diritti fondamentali da diritti che tali non sono, e i diritti dai desideri?

«È sempre la democrazia a decidere sempre attraverso il principio della maggioranza. Se un musulmano arriva in un altro Paese e pensa che sia suo diritto, in base alla sua religione, praticare la poligamia o ripudiare la moglie, ebbene attraverso il meccanismo democratico la società che lo accoglie valuterà se è davvero un suo diritto, quindi stabilirà una legge che glielo permette o no. Bisogna trovare l'equilibrio tra l'esigenza dei singoli cittadini e il rispetto dei diritti dell'uomo costruendo società pluraliste. La democrazia non deve temere il pluralismo, deve invece ripudiare la violenza. Il paradiso su questa terra è il regime democratico, che io ritengo sia superiore ad ogni altro. E anche il più fragile: è l'unico che garantisce la libertà anche ai suoi nemici».