Le nuove frontiere dell'accoglienza

RITAGLI   Oltre la crisi dell'affido:   DIARIO
le famiglie si mettono in rete

Perché non estendere la sussidiarietà
che sta funzionando per l’adozione?

Luciano Moia
("Avvenire", 31/8/’06)

La generosità è un requisito importante per far crescere e per educare un figlio, ma non è sufficiente. L'avventura dell'educazione obbliga ogni volta i genitori ad affrontare nuove emergenze, a ridiscutere certezze, a rimettere in gioco quello che si pensava ormai consolidato. Alla generosità devono quindi giungere in soccorso esperienza ed elasticità mentale, sacrificio e capacità di adattamento. Un fatto sembra assodato. Non si può educare «in solitaria». Per offrire senso e speranza al futuro dei nostri bambini le forze pur generose ma isolate di un padre e di una madre possono risultare inadeguate. È vero per i figli naturali. Lo è ancora di più per quelli in adozione o in affido. Il fallimento di troppi progetti di «genitorialità solidale» nasce proprio da questo equivoco. Aver pensato cioè che uno slancio di grande generosità della coppia potesse risultare sufficiente per risolvere i tanti problemi connessi con l'educazione di un bambino in affido. Per le famiglie mononucleari dei nostri giorni, in cui entrambi i genitori lavorano e le risorse limitate non sempre permettono di accedere ad aiuti esterni, le difficoltà legate all'affidamento si traducono frequentemente in ostacoli insormontabili. Non è un mistero che dietro a un bambino in difficoltà si intravvedano spesso situazioni di disagio: alcolismo, droga, prostituzione, criminalità. La legge sull'affido prevede che vengano mantenuti vivi i legami con le famiglie di origine, anche in presenza di realtà molto difficili. Ma per il piccolo questa situazione altalenante che lo tiene quasi in bilico tra un «paradiso» non pienamente conquistato e un «inferno» mai del tutto abbandonato, è motivo di penose sofferenze. Allo stesso modo per i «nuovi genitori» appare sempre più difficile gestire questi intrecci complessi, dove spesso sono richieste competenze quasi specialistiche. Da qui il calo numerico degli affidi secondo il modello tradizionale. Sbagliato però parlare di eclissi di generosità. Si tratta invece di una correzione di rotta. Gli esperti che nei giorni scorsi si sono riuniti a Bellaria, al convegno organizzato dall'Aibi, hanno sottolineato con favore la crescita degli affidi in rete, promossi e gestiti da associazioni familiari in grado di soccorrere le debolezze e i vuoti della famiglia, accogliente ma isolata. A riprova che l'alleanza familiare, con tutte le sue variabili virtuose, non solo contribuisce a consolidare le dinamiche interne della coppia, ma offre opportunità significative per rimettere in circolo energie preziose da destinare anche a scelte solidali. Le esperienze positive di associazionismo familiare finalizzato all'affido che vanno moltiplicandosi da Nord a Sud inducono anche a verificare l'opportunità di ripensare la legge in vigore, coinvolgendo direttamente le realtà del «privato sociale». Ci si chiede in sostanza: perché la scelta della sussidiarietà che sta offrendo buoni frutti per l'adozione gestita dagli enti autorizzati - pur con tutti i distinguo del caso - non potrebbe funzionare anche per l'affido? In certi casi si tratterebbe soltanto di sancire quello che di fatto già avviene in alcune realtà, dove le associazioni sono direttamente coinvolte per valutare e indirizzare alle varie famiglie in rete i bambini in difficoltà. In fondo l'obiettivo è sempre quello. Trovare la modalità più semplice per offrire finalmente il conforto e la stabilità di una famiglia a un piccolo con il cuore segnato dalle sofferenze della disgregazione e dell'abbandono.