Il "suicidio" dello studente liceale nel "Frusinate"

RITAGLI     Imparare dalle "sconfitte"     DOCUMENTI
per non soccombere alle "scorie"

Luciano Moia
("Avvenire", 25/4/’09)

Morire di "scuola". Il "paradosso" più atroce. Un "liceo", l’istituzione che dovrebbe accompagnare i ragazzi a diventare uomini, aprendo la strada alla bellezza del "sapere", si trasforma all’improvviso in un "incubo" mortale. Un intreccio soffocante di "sensi di colpa" e di "nodi" inestricabili, di "suggestioni" malintese e di obblighi tanto opprimenti, da indurre un quindicenne a gettarsi da una finestra del terzo piano della scuola. Quell’impulso di morte che talvolta può affacciarsi alla mente di un adolescente, questa volta ha messo a tacere la "ragione", ha prevalso sulla voglia di vivere, ha oscurato il sorriso.
Un attimo di "follia", un salto nel vuoto, la fine di una giovane vita.
Perché? Il compito di "Greco" appena concluso si era rivelato troppo difficile? Temeva di non riuscire a sopportare il peso di un "giudizio negativo"? Aveva sperimentato che la sua preparazione, a cui magari aveva dedicato molte ore il giorno precedente, era risultata "fuori registro" rispetto alle richieste dell’insegnante? Domande ormai inutili. Interrogativi incapaci di fornire ragioni "esaustive" a una scelta di morte che nessuno potrà mai davvero spiegare. Rimane il dolore "cupo" di una famiglia, lo smarrimento "attonito" dei compagni di classe e dell’insegnante che infatti, subito dopo la "tragedia", ha avuto un "malore" ed è stato accompagnato all’ospedale. Ma, di fronte a un episodio come quello capitato ieri nel "Frusinate", tutti coloro che ogni giorno – da genitori, da insegnanti, da "educatori" – si misurano con l’irrequietezza e l’imprevedibilità del "mondo giovanile" non possono non avvertire il sapore amaro della "sconfitta". Perché le "scorie esiziali" che si sono depositate sull’anima del giovane "liceale" e per un attimo – ma quell’attimo è stato "fatale" – gli hanno fatto preferire l’"abisso" della morte all’entusiasmo della vita, sono le stesse che respirano i nostri figli, i figli dei nostri amici, i ragazzi che ogni giorno incontriamo davanti alle scuole, alle fermate dell’"autobus", nei "centri commerciali". E quelle "scorie", di cui tutti noi adulti, in modo diverso, siamo responsabili, hanno un "nome" e un "cognome".
Sono "scorie venefiche" le sollecitazioni negative di una società che ha fatto del successo ad ogni costo uno dei suoi "dogmi" indiscutibili. Sono "scorie" altrettanto terribili quegli atteggiamenti falsamente "consolatori" sempre più diffusi che rendono tanti giovani – ma anche non pochi adulti – sempre più incapaci di trasformare gli inevitabili momenti di "crisi" in risorse per una nuova "crescita" e che vorrebbero arrotondare ogni "spigolo", spianare ogni salita, rendere semplice, "agevole", entusiasmante ogni momento della vita. Però, al contrario di quanto dice la "pubblicità", non sempre si può "vincere facile".
Anzi, molto spesso bisogna accontentarsi di "pareggiare" o anche di perdere con dignità, magari dopo aver buttato nella "mischia" tutto l’impegno, le capacità, le conoscenze in nostro possesso.
«Ce l’avevo messa tutta». Può essere vero, ma qualche volta non basta. Qualche volta la vita – come la scuola – presenta situazioni così complesse e inattese che buona volontà, impegno e preparazione non sono sufficienti a risolvere tutto.
Ecco perché dobbiamo tornare a insegnare ai nostri ragazzi – e forse dobbiamo convincercene noi per primi – che anche tra i banchi accettare una "sconfitta" può talvolta preparare una "vittoria" più appagante.
Senza difficoltà non si impara.
Senza "stringere i denti" non si può conoscere. E se non si conosce non si può "crescere" davvero. Cioè non si riesce ad intuire che la vita è sempre e comunque degna di essere vissuta. Anche se talvolta ci dimentichiamo che, al di là delle "nuvole", il "sole" continua a splendere.