MISSIONE IN ORIENTE

Il viaggio in Asia si è concluso ieri in Mongolia,
dove il presidente ha paragonato il Paese al Far West
e le avventure di Gengis Khan a quelle dei pionieri americani.

RITAGLI   La Cina è lontana,   CINA
Bush porta a casa solo le promesse

Pechino fa orecchie da mercante sul tema delle libertà religiose e civili

Da New York, Elena Molinari
("Avvenire", 22/11/’05)

Non ha in tasca nulla di ghiotto da dare in pasto alla stampa o al Congresso americano, che in sua assenza si sono accapigliati sui resti delle polemiche autunnali: Iraq, tortura dei detenuti, Cia-gate. Ma al ritorno dagli otto giorni in Asia George W. Bush può vantare di aver fatto salire di qualche atmosfera la pressione sui leader di Pechino perché aprano la porta alla libertà, soprattutto di culto.
Sia negli incontri con le autorità cinesi che in un forte discorso pronunciato da Kyoto, il presidente americano non ha mai mancato di elencare i benefici delle «nazioni democratiche» e la forza che un Paese può trarre dalla libera espressione di fede dei suoi cittadini. Per dare il buone esempio Bush ha scelto di avviare la sua visita a Pechino partecipando a una funzione religiosa di primo mattino. «La mia speranza», ha detto il presidente Usa all'uscita dalla chiesa «è che il governo cinese non abbia paura dei cristiani che si radunano per pregare». Poco dopo ha esortato i leader cinesi ad invitare esponenti del Vaticano per discutere della pratica della fede cattolica in Cina, ora costretta nei limiti imposti dalle regole della Chiesa di Stato. Riferimenti chiari anche al Dalai Lama. L'invito è ancora più pressante perché si somma all'analoga proposta avanzata in passato dall'ex inquilino della Casa Bianca Bill Clinton all'allora presidente cinese Jiang Zemin.
Non ci sono però indicazioni, almeno concrete, che l'attuale presidente Hu Jintao intenda fare di più del suo predecessore. Nonostante lo scambio di cortesie di facciata, Hu si è guardato dal fare promesse, limitandosi a dire che c'è una «via cinese alla democrazia». Via che per ora passa per l'arresto di decine di dissidenti e almeno tre preti cattolici colpevoli di non praticare la loro fede secondo i diktat del regime.
Anche sul fronte economico Hu ha tenuto le proprie carte strette al petto, per non dare l'impressione di piegarsi alle richieste dell'ospite. Ha promesso infatti di «adoperarsi per ridurre il deficit commerciale americano con la Cina», che ammonta a 200 miliardi di dollari. Ma non ha citato alcun passo concreto che intende compiere in quella direzione, né ha mai menzionato la possibilità di far fluttuare liberamente lo yuan, da molti considerato artificialmente debole rispetto al dollaro.
La missione in Asia del presidente americano si è conclusa ieri a Ulan Bator, capitale della Mongolia, dove Bush ha paragonato il piccolo Paese asiatico al Far West e le avventure di Gengis Khan a quelle dei pionieri americani. Uno stanco ma euforico George W. ha detto infatti di «sentirsi a casa in questa terra che, come il mio Texas, ha grandi cieli e vasti orizzonti» e ha elogiato la transizione mongola «dal comunismo alla libertà». Quindi si è imbarcato sull'Air Force One diretto prima a Washington poi al ranch di Crawford, dove lo aspetta una rilassante festa del Ringraziamento.
Mentre il presidente si riposava, però nel retro dell'aereo i suoi portavoce hanno dovuto giustificare alla stampa come mai la fitta trasferta - quattro Paesi, un vertice regionale, due discorsi in pubblico e due discorsi in basi militari degli Stati Uniti - abbia avuto risultati così modesti, non inferiori alle attese solo perché la Casa Bianca aveva cautamente avvertito in partenza di avere aspettative limitate.
La spinta alla libertà degli scambi commerciali, in vista della ripresa dei negoziati in corso alla Wto, non ha infatti ottenuto impegni precisi da parte dell'Unione europea. E la visione di Bush di una Corea unita e denuclearizzata ha dovuto registrare che le tensioni fra Pechino Tokyo sono un ostacolo ai negoziati a sei sul disarmo nucleare nordcoreano. Quanto all'azione di prevenzione di una pandemia d'influenza aviaria, nessuno ha obiettato che sia necessaria. Ma questo non ha migliorato per ora lo stato di preparazione dei vari Paesi asiatici.
Questa volta, però, grazie anche anche alla cultura asiatica che non esporrebbe mai un ospite al rischio di un'umiliazione, il presidente americano non ha subito danni d'immagine, come gli era successo nella missione in America Latina, caratterizzata da contestazioni di piazza e dissensi. Ora Bush non dovrebbe più uscire dagli Usa fino all'anno prossimo.