I MALI D'AFRICA

RITAGLI    Il dramma del Burkina: una «normale» carestia    MISSIONE AMICIZIA

I prezzi dei beni di prima necessità sono alle stelle.
Nei mercati molto offerta,
alla maggioranza mancano però le risorse per fare qualunque acquisto.

Da Ouagadougou, Claudio Monici
("Avvenire", 21/9/’05)

La terra, tenga in lingua locale, è considerata una divinità essenziale. La «madre» che protegge i campi e i raccolti. Dispensatrice del bene e della ricchezza, quando è tempo di semina e in occasione del raccolto le si dedicano offerte propiziatorie. Bagnandola con la birra di sorgo rosso. Nei villaggi più lontani, ancora oggi, se qualcuno commette un illecito, un'offesa grave, un omicidio, si crede che tenga rifiuterà di assorbire la pioggia e farà seccare i raccolti. A meno che non vengano fatte cerimonie di espiazione. La terra comprende gli alberi, il più tipico è il goffo e panciuto baobab, quasi un feticcio. Ugualmente molti animali, dai serpenti agli istrici, sono ritenuti sacri, perché utili a tenga, dato che «le tane stanno sottoterra». Il burkinabé, conosciuto come il «popolo senza egoismi» - gruppi etnici per un buon 55 per cento animisti, seguiti da musulmani e cristiani - , è fortemente legato alla terra. Come tutti gli africani, ha un senso molto sviluppato della famiglia; ma nel caso della nascita di due gemelli, un segno nefasto - si dice che il secondo ha inviato il primo per «vedere se il mondo è buono» - , la madre sarà costretta sulla strada a mendicare. Quando a causa del clima, fattore dominante sulla natura, la terra comincia a patire, e dalla rigogliosa unica stagione della pioggia (quella attuale) - precipitazioni che non sono più giornaliere come una volta - si passa al clima secco, il ciclo vegetativo si arresta. Se il raccolto è stato cattivo e le scorte non sono sufficienti a sfamare il villaggio (così è stato lo scorso anno), ecco che anche il Burkina Faso rientra tra le vittime del nuovo allarme alimentare. Crisi tornata a colpire l'area dei Paesi della fascia saheliana. Ma ci penserà anche l'uomo a infierire, approfittandosene. Aumentando i prezzi dei generi alimentari. Trasformandoli in beni di lusso, fuori della portata di molti. E quel «molti», in Africa, in genere significa colpire più dei tre quarti della gente che vive in un Continente sempre in bilico. Dove una statistica sembra non dovere mutare mai. Quel «dollaro al giorno» su cui contare. I granai svuotati, ma anche l'assoluta mancanza di una monetina di nichel di pochi centesimi di franco Cfa in tasca, si riflettono negli sguardi, purtroppo come sempre, dei bambini di strada. Lo strato più fragile della popolazione africana. Sotto il braccio un piccolo recipiente senza manico, in legno o plastica, qualche volta contenente i rimasugli del pasto della sera, queste figure si avvicinano timorose e pronunciano una sola cantilenante frase: «Mon patron, donner moi petit cadeau». Dall'altra parte della strada, lo stesso fanno i vecchi, loro però se ne restano muti. Sono i «rami secchi», con addosso ciò che rimane di una veste di stracci senza più età. Persone che nell'animo sembrano avere perso l'orientamento, ma che forse non hanno mai avuto percezione del loro mondo. Men che meno testimonianza del nostro. Una mancanza di coscienza dello stato di inferiorità e di miseria nel quale le circostanze della vita li hanno fatti nascere o precipitare. Vite marginali, per le quali è difficile intravedere una «coscienza del non contare nulla»; e non può essere altrimenti quando la prima esigenza è quella di nutrirsi. Un vivere che è sempre stato così, anche quando, forse, avevano qualcosa di loro. Un pezzo di terra, ad esempio, e una zappa che nulla però poteva contro siccità, cavallette e prezzi del mercato troppo cari per chi vive senza disporre di denaro. Adesso che si sono fatti vecchi, questi emarginati, più poveri dei poveri, sono ancora più soli di fronte alla fame. Quando si decide di visitare un mercato, è imbarazzante incontrarli e non poter aiutarli, bambini emaciati e vecchi con le facce e il corpo che per le mille rughe sembrano pezzi di vetro pronti ad andare in pezzi. Un mercato è qualsiasi luogo, di villaggio o della capitale, dove si vende e si acquista. Dove si è sommersi da una quantità di beni, dalle verdure alla frutta, dalla carne fresca al pesce secco, che sorprende. Ma dai prezzi irraggiungibili, per loro, gli ultimi. La terra è dura e faticosa da coltivare, quando è troppo lontana dal fiume. Non appena c'è traccia di un corso d'acqua gli agricoltori dissodano per piantare arachidi e miglio, sorgo e mais. Ed è un fatto che, in piena stagione, le mamme se non vogliono rischiare di perdere i loro fanciulli nelle vastità delle coltivazioni di miglio bianco, alto e fitto, quasi senza interruzione di villaggio in villaggio, legheranno loro un campanellino alla caviglia. Viaggiare nel Burkina centrale significa stare immersi nel verde, comunque sempre punteggiato da povertà. Man mano che si raggiunge la capitale, si comprende che anche qui l'Africa sta cambiando. Nel modo di comunicare, con l'invasione dei telefonini: fa niente se poi, esaurita la scheda, non ci sono soldi per comprare di che vivere. Nelle campagne si continua a viaggiare spostandosi a piedi, al più su un carretto trainato da buoi. I cittadini aiutati dal salario mensile, dopo avere provato le pesanti biciclette cinesi, ora si si possono permettere i ciclomotori giapponesi. A Ouagadougou, soffocata da un parco automobilistico più adatto alla rottamazione che alla circolazione, i motorini spadroneggiano in un arcobaleno di colori, molto più che a Roma o Milano nelle ore del traffico di punta. Al di là di questa patina di benessere che avanza, anche i salariati hanno i loro problemi, si deve andare a scrutare la quotidianità. La situazione nel Paese viene descritta come identica a quella che negli anni Settanta ha preceduto la carestia devastante per il Sahel. Nelle aree coltivate del Paese, quelle da sempre considerate «il granaio», il prezzo dei cereali ha subìto impennate vertiginose. Se la natura ha le sue responsabilità, l'uomo non è meno duro della terra. Un dito viene puntato contro amministratori e politici: «Alla priorità di una denuncia dell'emergenza annunciata, hanno preferito anteporre l'orgoglio di non dover condividere una imbarazzante situazione che sta affliggendo gli Stati del Sahel. Una questione che riguarda l'Africa e che non è mai stata affrontata con uno sviluppo equo per tutto il continente sfruttato», osserva un'analista locale che chiede di restare anonimo. «In Burkina, le autorità hanno cominciato a distribuire cereali gratuitamente. Si tratta di un espediente politico per tenere il Paese per lo stomaco - aggiunge la fonte - . Quei sacchi di farina sono il debito che la popolazione dovrà ripagare a breve. In occasione delle elezioni presidenziali di novembre e di quelle municipali del prossimo anno. Sempre sperando che per la prossima stagione d'autunno, si prospetti un buon raccolto».