Due
mesi vissuti sull’orlo del genocidio
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Un Paese
«cerniera» nel cuore del continente,
"dilaniato" da odi tribali e interessi internazionali.
Claudio
Monici
("Avvenire",
29/2/’08)
Fortunatamente per il Kenya,
Kofi
Annan non ha
"gettato la spugna". Dopo un mese di estenuante trattativa, nonostante
in questi ultimi giorni si fosse dimostrato visibilmente "frustrato" e
sull’orlo della crisi, con il reale pericolo di una nuova esplosione di
violenza, lo sforzo diplomatico sotto la "bandiera" dell’"Unione
Africana" dell’ex segretario generale delle "Nazioni Unite" si
è rivelato conclusivo. Almeno nelle intenzioni dei protagonisti e per ora sulla
carta dove ieri sono state apposte le firme dei "rivali" Mwai Kibaki e
Raila Odinga. Un accordo che dovrà portare alla "suturazione" di una
grave ferita, che resta "sanguinante" di un pesante bilancio di
vittime e altrettanti sfollati interni, che sono la conseguenza del
"controverso" e contestato risultato elettorale del 27 dicembre dello
scorso anno. Ma anche esito "nefasto" di vecchie ferite
"tribali" di un trascorso coloniale irrisolto, di un potere economico
in mano a pochi "clan" familiari padroni di terre e risorse, e di una
"campagna elettorale" pesantemente condotta sulla "scoscesa" strada
della "rivalsa" etnica nella quale sono stati trascinati i keniani. E
così anche le ultime vittime delle violenze "politico-tribali", tre
morti e cinque feriti, che ancora ieri hanno insanguinato l’ovest del Kenya
dove si sono dati battaglia usando archi e frecce. Un esito di sangue che è
stato e sarà un lungo "choc" da curare per un Paese conosciuto per
essere una nazione di accoglienza di profughi. Una violenza che nei suoi
"prodromi" ha più d’un soggetto e così la stampa locale, incurante
di soffiare sul fuoco, non ha esitato a "enfatizzare" paragonandola a
un "genocidio". Come avvenne nel 1994 per il Ruanda e così facendo
diffondendo la sindrome del "machete" e la paura in cittadine e
sovraffollate "baraccopoli". Per iniziare a porre fine a quasi due
mesi di tensioni, violenze e devastazioni, per far pronunciare le parole
«pace» e «riconciliazione», dette nei discorsi ufficiali di ieri, la
pressione internazionale è stata fortissima, soprattutto in queste recenti
settimane. Non ultima – e particolarmente «attenta» – quella imposta dagli
Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che nella posizione geografica del Kenya
vedono un territorio "strategicamente" importante, servito da porti e
vie di comunicazione, da e per l’Africa centrale. E altresì per tutto ciò
che si apre sull’Oceano Indiano e la regione del "Corno d’Africa"
affacciata sui Paesi Arabi. Un "Paese cerniera", il Kenya, che quando
era in preda ai giorni della violenza come diretta conseguenza provocava il
"soffocamento", e non soltanto economico, di nazioni confinanti quali
l’Uganda,
il sud Sudan, Burundi e Ruanda, e l’est della Repubblica democratica del Congo.
«Un compromesso era necessario per la sopravvivenza del Paese», diceva ieri un
soddisfatto Kofi Annan, che a inizio settimana aveva sospeso i colloqui con le
delegazioni accusandole di incapacità di "compromesso", aggiungendo
che da quel momento avrebbe parlato solo con Kibaki e Odinga. Ma una
"spinta" decisiva c’è stata con la "mossa" del "Segretario
di Stato Americano Condoleezza Rice che mentre sosteneva «non ci sono ragioni
per non chiudere l’intesa», sottolineava anche un «prenderemo le misure
necessarie» in caso di fallimento. Anche gli ambasciatori dell’"Unione
Europea" a Nairobi,
come tutta la "diplomazia", hanno chiesto un’intesa immediata per
salvare il Kenya, altrimenti «chi la bloccasse dovrà risponderne». Adesso si
tratta di vedere se l’intesa saprà trovare la strada della pace.
Soprattutto in quella degli interessi che restavano celati dietro gli scontri
etnici "fomentati" nella disperazione delle "baraccopoli".