GUERRE D’AFRICA

Il capoluogo del "martoriato" Nord Kivu una settimana fa ha subito
un devastante "saccheggio notturno", costato almeno 40 vittime.
Ora si vive una calma "innaturale", che potrebbe preludere a nuovi scoppi di violenza.
E dalle zone vicine, in cui si combatte, continuano ad arrivare "profughi".

PRECEDENTE     Congo: pozzi avvelenati, terrore a Goma     SEGUENTE

L’"Onu" denuncia «crimini di guerra» da parte dei "ribelli" e del Governo.
Secondo testimoni, alcune "fonti" sarebbero state contaminate
con il batterio del "colera".

Truppe Onu della Monuc sorvegliano gli sfollati congolesi... Trovare acqua potabile in Congo è sempre più difficile!

Dal nostro inviato a Goma, Claudio Monici
("Avvenire", 9/11/’08)

Nonostante il tranquillo "viavai" delle truppe "bianco-blindate" delle "Nazioni Unite" e di quelle "verde oliva", più minacciosamente armate, dell’esercito "regolare" congolese, la paura aleggia per le strade della città. E aumenta con il diffondersi incontrollato delle notizie su un’imminente avanzata dei "ribelli" del Generale Nkunda. Un timore che sembra diffuso ad arte e che, comunque, una settimana fa ha gettato Goma nella follia di un devastante "saccheggio notturno" della città, durante il quale sono morte una quarantina di persone. Segno eloquente che nessuno qui è in grado di garantire un minimo di sicurezza, mentre molte voci raccontano di infiltrazioni dei "ribelli" nella città. «Siamo tutti nelle mani di Dio. Basta un sussurro nei mercati per scatenare una raffica di "mitra", e niente e nessuno riesce ad arrestare il panico. Bisogna stare sempre "allerta", soprattutto la sera. Molto prima che entri in vigore il "coprifuoco" che scatta alle 23 e dura fino alle 5 del mattino. Che disastro, questo mio Paese», racconta una voce di Goma, storica città dei "rifugiati". Una voce che chiede di restare anonima. E che aggiunge l’inquietante racconto di alcuni "profughi", colpiti da "colera", che parlano di «pozzi d’acqua contaminati».
Oltre che diffondere il terrore con le notizie di villaggi dove si sono consumati massacri, come l’altro giorno a Kiwanija, si parla di 250 persone uccise nelle loro case, «paura e "profughi" sono la nuova arma da guerra per far esplodere la situazione umanitaria. Rendendo tutto ingovernabile». A Goma, dove ognuno cerca di sopravvivere arrangiandosi come può, quando anche i lampioni, alle prime raffiche di "mitra", si nascondono nel buio più assoluto, al di là della "cortina" che la separa dalla foresta, l’inquietudine è un frutto avvelenato che viene consumato quotidianamente.
Da anni qui regna una disperazione umana, che ha penetrato le esistenze di adulti e bambini. Si uccide per nulla, anche per un litigio scoppiato per accaparrarsi una banconota congolese di nessun valore, caduta in una pozza di "liquame" lungo la strada del mercato. Là dove stanno l’Aeroporto Internazionale, aperto solo ai voli militari e delle "Nazioni Unite", e la base della
«Monuc», la Missione delle "Nazioni Unite". Lungo la stessa strada che porta verso Nord, oggi a un pugno di chilometri dal nuovo fronte di guerra, ma che nel 1994, sull’onda del "genocidio" rwandese, divenne una lugubre traiettoria ininterrotta di "fosse comuni" che accoglievano i cadaveri di migliaia di persone di ogni età, sfinite dall’epidemia di "colera".
Oggi di quella ferita non è rimasta traccia. Sopra questa terra sono state costruite centinaia di nuove "baracche" con i tetti in lamiera, per fare spazio a chi, negli anni, è stato costretto ad abbandonare villaggi e cittadine devastati dalla guerra.
Il "colera" è ricomparso nei campi di assistenza per "profughi", assistiti dalle "organizzazioni umanitarie" internazionali e del "volontariato" che sfidando la guerra aiutano questa gente. È una ferita che continua a sanguinare, quella che da decenni piaga questo lembo nell’estremo Est della
"Repubblica Democratica del Congo", un tempo "Zaire". La regione del "Kivu", i "Grandi Laghi", di cui Goma è il capoluogo. Sfollati e "rifugiati", epidemie e fame, disperazione e corruzione. Una città prigioniera di militari "malpagati" e spesso ubriachi. E poi ancora nuovi combattenti "ribelli", che spesso non sono altro che bambini e, come se non bastasse, anche primitive "milizie" attanagliate dalla "stregoneria". È un "magma" perverso che respira e cresce come una "cancrena" divenuta endemica e da cui nessuno può dirsi immune. Un’instabilità regionale endemica che spesso viene camuffata con la storica lotta etnica tra "Hutu" e "Tutsi". Ma che nella realtà serve a occultare la "spoliazione" delle risorse primarie, minerarie e preziose, di questo lembo estremo di Congo. È la provvisorietà che regna tra una vita fatta di "stracci" e il pericolo costante che assedia la moltitudine umana che affolla questa cittadina. Dove ancora certo ci si sposa e si nasce e si cerca di "esorcizzare" il male e il dolore alla tipica maniera della «congolesità», con un’esuberanza che questa gente ha sempre conservato anche di fronte alle incertezze del futuro.
Goma era un importante centro d’affari e stazione governativa abitata da una popolazione tranquilla e "cosmopolita", una città rimasta quella che fu al tempo della "colonia belga". Nel 1960 era un piccolo villaggio di 10mila abitanti, nato sulle "colate laviche" del Vulcano Nyiragongo. I "coloni" europei sfruttavano e coltivavano l’entroterra agricolo e le miniere d’oro. Ma oggi, anche se la cifra è solo "ufficiosa", è schiacciata da un milione e mezzo di persone che campano senza fogne né acqua potabile. Niente energia elettrica, se non si è provvisti di un "generatore".
Ogni giorno centinaia di persone scappano da questa nuova guerra condotta dal Generale "ribelle" Laurent Nkunda, che comanda un esercito denominato «Congresso nazionale di difesa popolare». Il capo della "Missione Onu", Alan Doss, accusa: negli ultimi giorni tanto i "ribelli" di Nkunda quanto le truppe "filo-governative" hanno commesso crimini di guerra nel Nord Kivu, uccidendo civili inermi.
I "profughi" prima si nascondono nella foresta, poi si riversano qui, in cerca di un aiuto o di un riparo dalla paura. Ognuno con il proprio volto, ferito dalla sofferenza per avere perso la casa di fango, la poca terra che coltivava, la famiglia. «Se il sangue innocente versato nello Stato del Congo fosse messo in secchi allineati, la linea si estenderebbe per duemila miglia; se gli scheletri dei suoi milioni di morti di fame e massacri potessero alzarsi e marciare in un’unica fila, ci vorrebbero loro sette mesi per raggiungere un certo luogo»: così scriveva cent’anni fa Mark Twain, per raccontare cosa era il regno di Re Leopoldo del Belgio. Sono cambiati i protagonisti: sul trono dei Re siedono "dittatori" e "guerriglieri", ma niente è mai cambiato, mentre più grande s’è fatta la povertà e più cupo il terrore dipinto sui volti di
donne "violentate" e di bambini "arruolati" con la forza dopo che hanno visto ammazzare il proprio genitore.