L’OFFENSIVA IN CONGO

PRECEDENTE    Ormai centinaia i bimbi "senza famiglia"    SEGUENTE
al «Don Bosco» di Goma

Dura denuncia dei "presuli" sulle violenze nell’Est.
L’"Onu" ha cominciato a distribuire cibo
anche nelle zone controllate dai "ribelli".
I "profughi" affollano il "Centro" di Ngangi:
«Da queste parti alla paura ci si abitua».
 I Vescovi: «Nel Kivu si sta consumando un "genocidio».

In Congo, la gente è pronta a fuggire da violenze e guerra...

Dal nostro inviato a Goma, Claudio Monici
("Avvenire", 15/11/’08)

I bambini raccontano che erano a scuola, quando "ribelli" e "governativi" hanno cominciato a sparare. Altri dicono che la mamma li aveva mandati a fare spesa al mercato. Le bambine, invece, stavano facendo legna per il fuoco, dove comincia la boscaglia. Improvvisamente, come è stato l’attacco armato, queste piccole vite si sono dovute fare presenze invisibili, schiacciandosi nella foresta, per sfuggire alla battaglia, alla cattura e alle violenze fisiche. I bambini, le prime vittime di ogni guerra africana, che non solo "depreda" risorse e materie prime, ma che abusa e vìola l’innocenza. Piccole "spie", "combattenti", portatori d’armi, vittime di violenze sessuali. Separati dalle loro famiglie, che tantissimi non rivedranno mai più. Obbligati a commettere azioni orribili, senza la possibilità di scegliersi i propri "incubi".
«Il primo giorno arrivano da noi che sono impauriti, frastornati e se ne stanno immobili come una "foresta cupa", ma al secondo tornano quello che sono, soltanto dei bambini, degli innocenti. Con la loro solita gioia chiassosa, quando accanto hanno ritrovato la famiglia».
No, non ha paura
Padre Mario Perez, Venezuelano, Missionario "Salesiano" del «Centro Don Bosco Ngangi», dove oltre il fitto "bananeto" ad appena una decina di chilometri a Nord si combatte e si muore. Come si fa ad avere paura dopo vent’anni di Congo, seguendo i "bambini di strada", dove la strada è anche una "trincea" di guerra e la sera sono uomini in divisa, sempre ubriachi, che bussano alle porte di case che sono "baracche" da saccheggiare? «Da queste parti alla paura ci si abitua, ma non certo all’idea che qualcuno possa venire da me – sottolinea il Missionario – per dirmi che bisogna "evacuare" perché è pericoloso». A una condizione, forse, Padre Mario risponderebbe di sì. Alla promessa che anche a tutti i bambini che lui ospita venga garantita la stessa opportunità: «Qui non ci sono neri o bianchi, qui ci sono esseri umani: piuttosto che abbandonarli, muoio con loro».
E come non emozionarsi di fronte alla grande scritta «Nyumba y watoto», la "casa del bambino", l’"orfanotrofio": più di 300 piccoli, il più grande di due anni, custoditi da un "Salesiano" che, per come siamo abituati a conoscere Don Bosco, si dovrebbe occupare di "formazione tecnica". Perché è questa la peculiarità del "Centro-Ngangi", in tempi non così "infernali" e pericolosi come questi. La scuola, dalle elementari ai corsi di formazione, è per 3.800 giovani, a cui è garantita la sicurezza e un pasto caldo. Ma la guerra stravolge tutto e bisogna fare spazio ad altri interventi e sempre più difficile diventa trovare le risorse per poter andare avanti e poter riempire le pance agli affamati.
C’è l’emergenza e nella grande struttura, come nel "capannone" che di solito la Domenica fa da Chiesa per migliaia di fedeli che da casa si portano anche le sedie, sono ospitati più di un migliaio di "sfollati". Mentre altri cinquecento circa si sono accampati al di là della cancellata perché dentro non c’è posto.
In una sezione tenuta sotto osservazione e isolata dalle altre persone c’è il "padiglione" con i malati di "colera": una settantina di casi. Seguiti dai dottori di «Medici senza Frontiere-Francia»: «La situazione è sotto controllo, ma esiste il rischio concreto di una "epidemia"». Ci vuole tanto coraggio per vivere in questo "spicchio" di mondo, dove tutto è provvisorio e la vita vale meno di un "soldo di cacio". Dove di concreto ci sono solo i "resoconti" violenti di una guerra che nel passato, come nel presente, si è macchiata di orrori tremendi. Che mettono i brividi anche quando sono accaduti molti anni addietro. Come quando qualcuno vuole ricordare la guerra del 2004 nel Kivu: «L’anno delle mani "amputate", infilzate nelle "baionette"». E questa di oggi come verrà ricordata? Accanto a Padre Mario sono rimasti tre italiani, Sara, Monica, Gavin e una francese, Chloe, "operatori umanitari" dell’"Ong" «Volontariato internazionale per lo sviluppo» ("Vis"). «Gli scontri armati avvengono ad appena un quarto d’ora d’auto da noi – racconta Sara Persico, responsabile «Vis» per il "settore sociale" – . La paura è un pensiero che per il momento non ci possiamo permettere di fronte a 1.050 "sfollati", di cui 826 sono bambini e 224 adulti. Dobbiamo nutrirli, vestirli e curarli. Tutte donne e solo cinque uomini che abbiamo fatto entrare perché sono dei papà vedovi con prole. Poi ci sono una novantina di bambini non accompagnati, quelli sorpresi dai combattimenti lontano dalle famiglie. Il più piccolo ha due anni. Con l’aiuto di «Save the childrens» siamo riusciti a "riunificarne" undici, ma ce ne sono ancora troppi che cercano genitori che forse sono morti. Sono bambini che hanno già imparato a vivere la vita dei "fuggiaschi", in tutti questi anni di guerre nel
Congo. Feriti nel vivo della loro personalità».
Padre Mario, il "Salesiano" Venezuelano, indica i sacchi di fagioli e piselli, la farina di mais, sorgo e soia: il cibo di ogni giorno, colazione e cena senza possibilità di grandi variazioni al "menù". Alimenti forniti dall’
"Onu": «Ci aiutano, ma non basta mai. La carne? Sono anni che questa povera gente, le migliaia di "sfollati"del Nord Kivu in preda al panico, non sanno che cosa sia».