AFRICA SOFFERENTE

RITAGLI   Bimbi d'Angola   MISSIONE AMICIZIA

Una nazione in ginocchio malgrado le sue ricchezze.
A Luanda quasi sei milioni di persone sopravvivono nelle bidonville,
soltanto una minoranza si sta giovando del grande boom petrolifero
che fa lievitare le entrate statali.

Dal nostro inviato a Luanda, Claudio Monici
("Avvenire", 18/6/’06)

Un aereo vola alto, preciso taglia a metà il cielo azzurro. Va lontano, lasciandosi dietro una scia bianca. Il giovane Alfonso allunga il dito verso quella cosa che gli scintilla sopra il naso, e ride. Quando gli si domanda se immagina dove stia andando quel puntino volante, resta muto e attonito. Ciò che gli preme è vendere qualcosa della scadente mercanzia, «Made in China», che si porta in spalla. Si fa largo tra decine di improvvisati venditori ambulanti, molti a piedi nudi, che calpestano liquami e immondizia. Come termiti all'assalto dell'estenuante, sempre più caotico, fumoso, quasi paralizzato traffico di Luanda. Propongono di tutto, ma oggi c'è una curiosa invasione di coperchi in plastica per water, caricabatteria per telefonini e lampadari dalle ampolle "finto Murano". Alvaro è poco più grande, porta i pantaloni lunghi, rammendati davanti e dietro, e così unti di sporco da sembrare caduto nell'olio motore. Indossa una canottiera nera e rossa, orgogliosa bandiera dell'Angola che cerca riscatto ai campionati del mondo di calcio in Germania. Il ragazzo si farà avanti accompagnato dai suoi «bravi» quando, parcheggiata l'automobile, ci si sentirà rivolgere la richiesta di una «gazoza». Un «dono» in "kwanza", la valuta locale, che sia almeno equivalente a un paio di euro. Quanto serve a garantire che la vettura non prenda il volo e ad Alvaro di godersi un po' di vita. Al tramonto, ma anche durante il giorno, e non solo nelle strade secondarie, questo sistema non vige più: sono coltelli o armi da fuoco ad accompagnare le richieste di soldi e di valori. La poco sana abitudine di chiedere una «gazoza» è comunque uno sport molto diffuso. I primi a farsi avanti sono, come sempre, i bambini di strada, i "meninos de rua". Troppi e soli, dagli occhi acquosi e i visi sempre macilenti. Angelina tutte le mattine da quando ha cominciato a camminare, e sono ormai 12 anni, si schiaccia la fronte posandoci sopra una tanica gialla da 25 litri, colma d'acqua, da depositare nella baracca della madre vedova, dopo una buona mezz'ora percorsa a piedi. Sotto il tetto di lamiera, senza gabinetto, senza elettricità, c'è anche un coro di fratellini dalle bocche spalancate, in attesa che qualcuno li nutra. Così ogni giorno che passa sotto a quel cielo solcato da un mondo che va lontano, anche gli uomini cariola aspettano, appoggiati spalle al muro, che qualcuno li ingaggi. Un lavoro per garantirsi quella saltuaria pietanza composta da polenta bianca, fagioli neri, erbe cotte e, forse, un pesce arrostito. E poi, se va bene, una sbronza al metanolo. Da qualche parte della città, sopra una branda senza materasso e lenzuola, lontana da un ospedale con le poche medicine che comunque non si potrebbe permettere, la ventenne Francisca è lentamente consumata dal colera. C'è una epidemia che ha già colpito 48mila angolani, uccidendone quasi 2000. La tosse rivela uno stato avanzato tubercolotico, probabilmente causata da una infezione di HIV. Mentre la malaria, oramai, è in una fase cronica. Francisca, pelle e ossa, quasi non si muove più dal letto. Dopo quasi trenta anni di guerra civile che ha piagato l'Angola, le aree rurali resteranno a lungo inaccessibili per le mine, e per la conseguente totale mancanza di qualsiasi opportunità di sviluppo. Aggravata dalla scomparsa di una generazione di artigiani, agricoltori e allevatori. Dunque non rimane che tuffarsi in qualche angolo nella grande città, convinti di potercela fare a cavallo tra legalità e illegalità. Ma sempre in bilico tra la fame che non smette di farsi sentire e le malattie che stagnano nell'aria di una diffusa maleodorante precarietà. Luanda è rimasta la capitale coloniale che era prima della guerra e che poteva permettersi di contenere mezzo milione di persone; oggi si stima che gli abitanti siano tra i quattro e i sei milioni. Una capitale e un Paese provati dalla mancanza di infrastrutture, reti fognarie, strade. Senza ponti né industrie, dove a crescere a dismisura è solo l'inestricabile dedalo di "bidonville". Dove si nasce e si muore senza avere l'opportunità di affacciarsi sul lungomare, punteggiato da bei ristoranti in cui siedono la ricchezza e il benessere derivati dalle risorse e dai commerci che in soli quattro anni hanno fatto fare un balzo in avanti a un ristretto numero di fortunati. Si sopravvive senza essere sfiorati dalla consapevolezza che il proprio Paese sta vivendo una crescita economica enorme. Un boom sostenuto da ricchissimi giacimenti petroliferi, che fanno dell'Angola il secondo Paese africano dopo la Nigeria, al pari con la Libia. Ogni giorno gli impianti pompano 1.500.000 barili di petrolio e, secondo gli esperti, la quota potrebbe raddoppiare nell'arco di un paio d'anni. Cifre da capogiro considerando il prezzo attuale al barile che è di 70 dollari, contro i 35 di appena un anno fa. Gli idrocarburi rappresentano il 95 per cento delle esportazioni. Un terzo se ne va in Cina. Le relazioni commerciali ammontano a 7 miliardi di dollari. I cinesi hanno aperto cantieri per aeroporti, strade, ferrovie, usando, si sussurra, manodopera prelevata nelle carceri di Pechino. Lavoro in Angola in cambio della remissione della pena. Nessuno fa mai domande inopportune quando si tratta di affari e diritti umani. Il petrolio rappresenta il 90% delle entrate statali. Lo scorso 2005 la crescita del Pil è stata del 15%, quella attuale del 18 e si prevede che presto potrà sfiorare il 30%. L'Angola, che dedica il 70% della propria spesa alle Forze armate, è al quarto posto della graduatoria mondiale della produzione diamantifera, oltre ad avere riserve di oro, uranio e altri minerali pregiati. Mentre le risorse idriche fluviali potrebbero offrire ampie possibilità di sviluppo agricolo. Un Paese potenzialmente tra i più ricchi dell'Africa, ma con 6 persone su dieci che vivono in condizioni di povertà e quasi altre 3 in estrema miseria. Con un tasso di analfabetismo elevatissimo. Aspetti che pongono l'Angola al 160° posto, su 177, nella graduatoria dello sviluppo umano dell'Onu. «Luanda è un sogno per tutti gli angolani, fuori di qui c'è il nulla! - dice Licinio, 27 anni, studente universitario - Siamo usciti dal comunismo e dalla guerra. Ma sembra impossibile sfuggire alla corruzione e alla povertà».