IL FATTO

Un mese fa le violente scosse di terremoto,
che hanno messo in ginocchio molti villaggi del sud seminando morte e distruzione.
"Reportage" da un paese ancora scosso per le molte ferite aperte,
e dove i soccorsi devono fare i conti con tanti ostacoli, non soltanto materiali.

RITAGLI     Perù:     MISSIONE AMICIZIA
ricostruzione frenata da burocrazia e corruzione

Il lavoro per ritornare alla normalità si presenta lungo e impegnativo.
Allo studio progetti di "riconversione" industriale di molti centri terremotati.

Dal nostro inviato a Lima, Claudio Monici
("Avvenire", 16/9/’07)

«Comiste hoy? El sur no». La frase piomba dall’alto di enormi pannelli pubblicitari. La traiettoria è quella delle grandi arterie soffocate dal traffico automobilistico di una Lima in continua espansione, dove il sole per tutto l’anno resta un desiderio racchiuso in una notte nebbiosa. Resa ancora più grigia dal "fiato" dei suoi otto milioni di abitanti.
Due terzi quelli che riescono a malapena a sopravvivere. E anche se, come dice la gente «Lima è il Perù», la "réclame" studiata da una delle più importanti agenzie pubblicitarie per stimolare la solidarietà dell’opinione pubblica non è rivolta alle «formiche» che quotidianamente si radunano ai semafori per vivere di piccolo commercio ambulante, ma è un richiamo a quel
Perù di "campesinos" e pescatori che alle 18,40 del 15 agosto scorso è stato ferito da un violento terremoto 7.9 della scala Richter.
«Avete mangiato oggi? Il sud no», è il dito puntato del "marketing" umanitario. Nelle città sulla costa del Pacifico di Ica, Pisco e Chincha, e i piccoli villaggi ramificati a tre ore di auto a sud della capitale peruviana, c’è chi ancora dorme sui marciapiedi e incontra difficoltà a sostentarsi. Accampato accanto alle rovine della casa che non vuole abbandonare, rifugiato tra quel che resta di una chiesa dove affidare la speranza alla preghiera. Ma sempre sotto il cielo d’inverno, avvolto da una coperta che quando si alza la tempesta di sabbia si appesantisce di terra e polvere, senza sufficiente acqua e spesso senza neppure i mezzi per potersi cucinare un pasto caldo. Non è poi così diversa nemmeno la vita di chi ha ricevuto la provvisorietà di una tenda sistemata in mezzo a cento altre sui resti di un prato dello stadio di calcio.
Il Ministro per lo Sviluppo Rafael Rey Rey, quando ancora dalle macerie si estraevano i corpi delle vittime, inciampava nella maldestra idea di far «dono del ricordo» ai "team" di soccorso internazionali di un numero speciale di bottiglie di grappa locale etichettandola «Pisco 7.9». E il capo dello Stato Alan Garcìa ci ha messo più di venti giorni per convincere l’autorità regionale colpita dal sisma a collaborare con i suoi ministri per avviare la costituzione del «Fondo per la ricostruzione». Oggi ancora tanti camion che trasportano gli aiuti umanitari restano prigionieri della burocrazia. Ma la solidarietà si perde anche dietro a qualche angolo oscuro dove è in agguato la corruzione.
«Maggiore agilità e celerità» sono state le richieste del presidente Garcìa che in una recente visita a Pisco ha potuto toccare con mano la «lentezza negli aiuti e nelle opere di rimozione delle macerie». Soprattutto nella sistemazione dei moduli abitativi che dovrebbero assorbire buona parte delle oltre 5.400 famiglie di Pisco, circa 28.000 persone, attualmente sistemate in una ventina di alberghi, e che dovrebbe permettere la regolare ripresa delle attività scolastiche.
E dire che la risposta al bisogno è stata immediata e massiccia, già il giorno dopo il terremoto; sollecitata anche da campagne di solidarietà messe in campo da aziende private, centri commerciali e supermercati, mondo della moda e dell’economia, che solo tra il 15 e il 20 agosto hanno investito oltre 800mila dollari in messaggi diffusi da emittenti radio-televisive e quotidiani, e che lanciavano messaggi come questo: «Aiutate i fratelli del sud, acquistate i nostri prodotti e farete una donazione».
Se c’è chi si è posto il dilemma se questa «interferenza» non è che il principio di una "commistione" di sacro e profano, tra settore privato e responsabilità sociale, la sollecitazione ha comunque avuto il merito di dare fiato a un solo Perù. Come mai si era visto prima.
Qualcuno, più a freddo, osserva che «quello di Ferragosto è stato un sisma potentissimo, pauroso, sentito anche a Lima e durato quasi tre minuti: «Infiniti e che ti possono anche cambiare la vita». Ma non scoraggiare chi ha cercato di trarre un beneficio aumentando i prezzi di alcuni prodotti di prima necessità, così come nei materiali di costruzione, cemento e mattoni. Anche in questo caso c’è chi è corso al riparo della pubblicità per smentire la «desinformaciòn».
Al di là delle interpretazioni comunque non manca la speranza, già si presentano idee, si ipotizzano progetti di "riconversione" industriale di cittadine e villaggi terremotati, sebbene la ricostruzione si presenterà impegnativa.
Solo il 30 per cento degli edifici e non solo quelli decimati dal terremoto, hanno un titolo di proprietà, il resto sono il risultato delle invasioni abusive di povere periferie cresciute dalla disperazione e dalla fame. E poi c’è anche da garantire che i fondi per gli aiuti destinati a chi ha perso tutto non prendano strade diverse. Così come la considerazione che nei «ricordi» andati perduti c’è anche tutta una storia da far rivivere. Nella città di Pisco, abbattuta per quasi il novanta per cento dei suoi edifici, molti avevano un passato datato XVII, XVIII secolo.