Viaggio nella
"baraccopoli" di Kibera,
specchio delle contraddizioni di un Paese,
decisivo per la "geopolitica" e l’economia africane, eppure segnato
da un’enorme povertà diffusa.
La gente vive in case di lamiera, senza servizi: qui sono esplosi gli scontri.
Dramma Kenya,
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dalla pace allo spettro del genocidio
La politica
ha soffiato sul fuoco delle rivalità etniche
e sulla rabbia dei giovani,
che popolano gli "slums" attorno alla capitale,
dove non c’è speranza di uscire da un’esistenza fatta di piccoli
espedienti.
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Dal
nostro inviato a Nairobi, Claudio Monici
("Avvenire", 6/1/’08)
Non sono altro che tane
quadrate di qualche metro quadrato, tutta lamiera, senza finestre. E sono la Nairobi
che non troverete segnata su nessuno stradario. Senza cielo sopra la testa, con
i piedi dei bambini immersi negli scoli delle fogne, di gabinetti che non
esistono, mentre gli adolescenti scavano nelle discariche alla ricerca di
qualcosa che sia ancora utile per ricavare qualche scellino. Di notte, quando la
paura si fa largo tra i vicoli e i coltelli scintillano accanto alle bottiglie
di birra che fanno ubriacare, in questi "avamposti" della povertà ci si spranga
dentro le baracche e al lume di candela, senza acqua corrente, le necessità
finiscono nei sacchetti di plastica che poi vengono gettati dove capita.
Vista dall’alto, la "baraccopoli" di Kibera,
una delle oltre 200 aree di insediamenti abusivi sparsi in Nairobi, appare come
una "matassa" unica; un tappeto color ruggine, sotto cui si annidano e
sopravvivono uomini e donne. Brulicanti come centinaia di migliaia di acari
dimenticati nell’incuria, ma che in realtà sono esseri umani penalizzati
dalla vita. Abbandonati al loro destino da una società che li ha relegati in
meno di un paio di chilometri quadrati nei quali condividere precarietà,
povertà, malattie, ignoranza, criminalità e prostituzione.
Condizioni che si moltiplicano negli altri 200 piccoli e grandi "bassi
fondi".
«Quell’onda disperata di infermità sociale e frammentazione umana che come
uno "tsunami" fatto di giovanissimi tra i 15 e i 25 anni ha seminato
la propria rabbia e il proprio disagio là dove ha soffiato una politica
spregiudicata e immorale; basti considerare come, durante gli scontri, è stata
strumentalizzata la parola "genocidio": con una sorprendente
irresponsabilità. Una cosa che ha suscitato un impatto molto forte sulla gente
e che adesso fa paura a tutti», spiega una fonte diplomatica.
Nell’aria di Kibera ancora ristagna l’odore acre di gomma bruciata degli
pneumatici dati alle fiamme. Tracce di ciambelle annerite a cornice dei resti
delle barricate erette nelle strade in questi giorni di violenza "post-elettorale", macchiata da una politica che ha attinto dal "tribalismo".
Un disastro fatto di Kikuyo contro Luo, di Luo e Luhya contro Kikuyo, di Chiese
date alle fiamme e gente carbonizzata, di centinaia di migliaia di profughi. E
adesso di fame e di nuove emergenze umanitarie.
All’ingresso della "baraccopoli" ci sono ancora, come cadaveri a
gambe all’aria, i resti delle automobili carbonizzate, mentre mercatini e
chioschi divorati dal saccheggio sembrano implosi su se stessi. Ma i morti – a
Nairobi sono state una ottantina le vittime ufficiali – già dormono il loro
sonno eterno, mentre chi versa lacrime di disperazione si domanda: «Perché?».
«Dove sta andando il mio Kenya?»,
si chiede Doroty, con gli occhi disperati che vorrebbero inchiodarci a una
risposta che non possiamo dare. «Solo pochi giorni fa – aggiunge la madre di
famiglia sulla soglia della sua baracca fortunosamente rimasta intatta – mi
sembrava di vivere in un Paese pacifico. Adesso l’odore della paura e della
rabbia lo sento ovunque. La gente parla di Ruanda, di Somalia, di Kosovo, di
genocidio. Il demone della pazzia ci ha accecati?».
Kibera, una fossa, un buco, forse l’area più densamente popolata di tutta l’Africa.
La "baraccopoli" da "libro nero" dei "Guinness" a
cinque chilometri dal centro della capitale. Quanta gente ci vive?
Settecentomila, un milione e mezzo? Esistono solo stime che stanno tra queste
due cifre.
"Baraccopoli", "bidonville", "slum". Sono sempre
gli stessi "bassi fondi", si diversificano nelle dimensioni. Se a
Nairobi si calcolano quasi 5 milioni di persone, di cui alcune migliaia di pelle
bianca, almeno il 60 per cento della popolazione, tutti neri, vive in queste
tane, in situazioni disastrose, se non "subumane". L’incremento annuo delle
persone costrette nelle baracche sfiora l’otto per cento, andando di pari
passo con l’incremento della povertà: soltanto il venti per cento di questi
uomini e di queste donne ha un lavoro, con un reddito medio mensile che fatica a
raggiungere i 15 euro. E la metà dei nuclei familiari è composta da donne sole
con uno o più bambini.
L’altra Nairobi invece si chiamano Muthaiga, il "quartiere verde"
delle ambasciate; o Karen, dove ha vissuto la Blixen autrice della "Mia
Africa", e adesso sorgono le belle e lussuose ville dei ricchi, protette
dal filo spinato elettrificato. In questi quartieri i "riots", le
sommosse, i tumulti, si sono riverberati come una eco lontana. Vissuta con
fastidio nelle immagini tv. Chi ha potuto, come molti della benestante comunità
indiana e araba, al primo segno di violenza ha scelto di trascorrere le vacanze
natalizie tra Mumbai e Dubai.
«Dopo quanto è accaduto in questa tremenda settimana di rabbia e violenza,
sembra tutto molto più strano. La gente qui a Nairobi, ma non tutti, per
fortuna, trema quando percepisce che le relazioni si stanno modellando sulla
domanda: "A quale tribù appartieni?" – osserva Alois Kibeth,
direttore di banca – . Nel mio Paese, certo, esistono ancora tribù che nel
Nord si fanno la guerra per il bestiame. Ma in Kenya, nella realtà quotidiana,
continuano ad esserci solo due vere tribù: i poveri e i ricchi, in rapporto di
10 a 1. Dunque, miseria, frustrazione, ingiustizia e odio che, quando si
mischiano, compongono una miscela esplosiva, incontrollabile. Se poi si va a
stuzzicare l’elemento irrazionale del "tribalismo", è finita: si
scatena una bestia che fa saltare tutto, parametri e valori».
È bastato poco per far tornare una relativa calma nella capitale di un Paese
strategicamente necessario alla diplomazia internazionale e alla sopravvivenza
economica delle nazioni confinanti. In Uganda la benzina che arriva dal porto di
Mombasa è aumentata da uno a quattro dollari il litro. È stato però
sufficiente sospendere la minaccia di un nuovo "rally" di protesta in
"Huhuru Park" per fare riprendere la vita nelle strade e ridare fiato alle
attività commerciali. Durerà?
Padre Mariano, Superiore Provinciale dei "Comboniani", si augura che
la politica keniana "rinsavisca" e che trovi un "modus
vivendi": «Intanto sembra che affari e fame, per il momento, abbiano messo
la "museruola" alla crisi. La politica internazionale non vuole un
Kenya che "imploda" come un qualsiasi Ruanda. Adesso, dopo una
settimana di sangue, la gente ha bisogno di cibo e ciò ha placato gli animi: è
la prima volta che la fame riesce a fare qualcosa di buono. Una cosa è certa:
per noi missionari, da domani, il vero lavoro sarà quello di favorire la
riconciliazione per una nuova coscienza nazionale. Ma ricordiamoci che questa
violenza è il frutto di una politica altamente malata, che ha posto come valore
solo il raggiungimento del potere».