Adesso nella
capitale Nairobi domina la paura.
Ed è già emergenza sanitaria.
Il Paese ancora sull’orlo della guerra civile,
dopo la vittoria «rubata» dal presidente uscente.
«In Kenya sono almeno mille
le vittime»
![]()
Ma la stima è
ancora parziale:
molti i cadaveri abbandonati nella boscaglia o bruciati nelle baracche.
L’opposizione «ribalta» le cifre del governo.
E lancia l’appello: «Ora fermiamo le violenze».
Dal
nostro inviato a Nairobi, Claudio Monici
("Avvenire",
8/1/’08)
Si "scoperchia" l’orrore
e nella gente della strada, dalla capitale che guarda le "baraccopoli"
trattenendo il fiato, agli abitanti dei villaggi inceneriti dalla rabbia, si
rafforza la paura. Emerge quello che tutti temevano: non era possibile che dopo
una settimana di follia sanguinaria i morti fossero una «manciata». Ad
ammetterlo è uno degli attori di questo buio. Raila Odinga, il capo dell’opposizione
che contesta la rielezione, «rubata», del presidente Mwai Kibaki. Lo fa poco
prima di chiedere ai suoi fedeli di fermare la violenza, dopo avere gridato al
«genocidio»: rilascia una dichiarazione in cui rivela che «il numero delle
vittime si avvicina a mille».
La "tempesta" che ha sconvolto il Kenya,
dalla costa all’altopiano, ha fatto ben di più di quei 380 corpi
ufficialmente contati fino all’altro ieri e che le fonti di polizia hanno
continuato a proporre come causa della violenze di matrice "etnico-politica"
che è andata di pari passo con la repressione a mano armata delle forze
speciali. Il Kenya che si è affacciato sul baratro della guerra civile per la
contestata poltrona di presidente, e che ancora guarda nel buio, ha sparso
dietro di se una scia di orrore che lieviterà molte più vittime di quel
migliaio di cui parla Odinga. La sua è una cifra che è tragicamente destinata
ad essere aggiornata via via che si scoperchieranno i resti di lamiera delle
baracche date alle fiamme e quando si andrà a cercare più in profondità nei
campi coltivati e nella boscaglia che nasconde i resti umani di chi ha cercato
la fuga o un nascondiglio.
Molti, infatti, sono i cadaveri delle vittime della settimana di sangue che
emergono dalle sterpaglie nella boscaglia, su indicazione degli scampati al
massacro, che ora sono una nuova emergenza umanitaria internazionale, sanitaria
e alimentare, altrettanto grave quanto scontri e violenza che in alcuni casi
continuerebbero. Come la notizia di un massacro, di cui non si è però avuta
conferma indipendente, di una trentina di persone in fuga verso l’Uganda su un
bus buttato in un fiume.
Nelle cittadine dell’ovest più turbolento, come Eldoret e Kisumu, nella
"Rift Valley", sono decine e decine i cadaveri accatastati in camere
mortuarie provvisorie, senza celle frigo, e che da giorni aspettano una
sepoltura. Le vittime sono soprattutto maschi, giovani per lo più, qualche
adulto. E anche qualche bambino, che si è trovato nel mezzo delle manifestazioni
di protesta sedate dalla polizia che ha sparato. L’impressione che il numero
delle vittime fosse ben superiore a quelli censiti era diffusa tra gli
osservatori. Anche nelle "baraccopoli" di Nairobi,
dove stupri e omicidi sono un aspetto delle loro tremenda vita quotidiana, c’è
chi se ne approfitta, sfruttando il momento caotico. Eccolo, dunque, anche se
ancora nella sua parziale dimensione di distruzione umana, il bilancio delle
vittime degli scontri che qualcuno vorrebbe, forse un po’ troppo
affrettatamente, già definirli il «terribile monito di un nuovo genocidio».
Il Kenya con le sue numerose etnie "autoctone" è qualcosa di ben
diverso del Ruanda degli "Hutu" e dei "Tutsi". Ma per
Liberata Mulamula, capo della "Conferenza per la regione dei Grandi
laghi", organismo che collabora con l’"Onu", vi sarebbero delle
preoccupanti vicinanze: «Ci sono stati assassinii cruenti, compiuti a sangue
freddo». Il bilancio ufficiale rilasciato ieri dalle autorità kenyane è
comunque ancora sotto la soglia del migliaio di morti. La polizia parla di 486
morti e 255mila rifugiati in oltre una settimana di scontri dalla rielezione, il
27 dicembre, del presidente uscente Kibaki. Per il Kenya, queste elezioni sono
state il momento più buio dalla lotta per l’indipendenza avvenuta nel 1963.