LA CRISI AFRICANA

Dopo gli incidenti che hanno infiammato Nairobi, Mombasa, Eldoret e Kisumo,
il Paese sembra essere tornato indietro di anni
nella costruzione di una nuova identità nazionale.

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«La crisi ha scalfito il sentimento nazionale:
si sono visti i Kikuyo e i Luo combattersi reciprocamente».

"L'ombra feroce della vendetta sul Kenya dei clan etnici"... C'è paura anche tra i più giovani!

Dal nostro inviato a Nairobi, Claudio Monici
("Avvenire", 9/1/’08)

"A quale tribù appartieni?". Il Kenya modellato nel sangue in questi giorni di violenza, non sarà più quello conosciuto dai keniani che il 27 dicembre sono finiti sotto i riflettori delle televisioni di tutto il mondo.
Le masse che hanno infiammato il "tribalismo" nelle quattro principali città del Paese,
Nairobi, Mombasa, Eldoret e Kisumo, testimoniano che il Paese dei "safari" è tornato indietro di anni sulla strada della costruzione di una nazione. Dando alimento alla dimensione etnica dei Kikuyo, Luo, Luyha, Meru, Kamba, Kalenjin, Kisii. E siccome ancora la tradizione ha il sopravvento, «la morte porta cattiva fortuna». Adesso se ne sono accorte anche quelle generazioni cresciute nelle grandi città, dove hanno imparato a integrarsi nella modernità, a sposarsi senza guardare all’appartenenza di una tribù diversa, a scrutare il mondo dell’economia, della moda, dell’arte, della musica e della scienza; mentre il mondo periferico dei "wazee", degli anziani, è rimasto fedele ai doveri, agli obblighi sociali della collettività di appartenenza, delle iniziazioni. E l’insulto dato a uno è fatto all’intero gruppo.
Migliaia di keniani stanno vivendo da sfollati interni, nei campi di raccolta provvisori, ancora protetti nelle Chiese, sotto un albero di acacia, oltre confine in Uganda, mentre notizie tremende continuano a emergere dalla boscaglia dove si scoprono cadaveri mutilati. E così anche gli ultimi, in ordine di tempo, undici corpi ritrovati in una fossa comune, sette uomini e quattro donne, in un distretto del "Monte Elgon", sono la maledizione che si chiama "kuripisha kysasi".
Tradotto significa «pagare vendetta». Tra i Kikuyo, il gruppo etnico che ha patito gli effetti più gravi degli scontri, ogni offesa che colpisce un membro della famiglia ricade su tutti gli altri, anche sugli antenati e dunque gli spiriti devono essere placati, con i sacrifici adeguati all’offesa. Il terribile scenario di questi giorni «non s’è scatenato come prodotto di una animosità etnica, bensì è stato il risultato di una truffa elettorale», è la sentenza della gente di città. Però è quella stessa gente che adesso, quando incontra il suo vicino o il cliente del chiosco di verdure o giocattoli, gli chiederà «A quale tribù appartieni?». Mentre televisioni e giornali raccontano le storie della violenza e dell’odio. Come il racconto che abbiamo raccolto in una "baraccopoli" di Nairobi da Nancy Kerigo, una donna Kikuyo, che ha quattro figli naturali, senza un marito, e che ha ereditato altri due figli dalla sorella morta di "Aids": «Sono venuti la notte alla mia baracca e mi hanno detto: "Vieni fuori donna". Non capivo cosa volevano. Mi hanno preso a bastonate sulla schiena, mentre mio figlio più grande, John Karioki (17 anni, "ndr"), veniva colpito alla testa dai loro coltellacci». Le abbiamo chiesto cosa pensava di fare ora, e mentre il ragazzo con i segni della violenza ancora sporchi di sangue ci guardava inebetito e in silenzio, la donna rispondeva così: «Voglio tornare a casa, ma hanno bruciato tutto e non abbiamo più niente». Tra le mani le era rimasto un sacchetto di plastica con dentro il certificato medico del dispensario che attesta del figlio grande malato di cuore.
Si vuol guardare alla speranza della saggezza umana, a una prospettiva politica, e non all’arroganza e alla legge dell’"occhio per occhio". Se molto dipenderà anche da come si evolverà la situazione del negoziato tra i due rivali, il presidente Kibaki, un Kikujo, e il capo dell’opposizione Odinga, un Luo, la minaccia di una vendetta è solo ferma in attesa sulla soglia di casa. In attesa, come il tondo volteggiare di uno stormo di avvoltoi: «Questione di tempo, perché la stanno pensando: chi ha distribuito lutto e distruzione non può pensare di cavarsela con una stretta di mano. Inevitabilmente verranno ripagati della stessa moneta. Questa è stata una crisi che in non tutto il Paese ha saputo consolidare il sentimento patriottico, quando si è visto che una tribù si è scagliata contro l’altra», fa sapere una fonte che preferisce non essere citata.
Intanto i messaggi diffusi dalla società civile su televisioni e quotidiani e che invitano alla preghiera per la pacificazione tendono a sottolineare, proprio per spegnere l’incendio, che «il Kenya è più di una singola persona».
Certo è, comunque, che mentre la situazione lentamente si va ad attenuare, anche nella distribuzione degli aiuti umanitari che finalmente giungono dal porto di Mombasa, rimasto bloccato per giorni, «è necessario procedere con scrupolo ed equità tribale, per evitare malintesi, invidie e nuove tensioni», ammette un operatore umanitario che lavora nella "Rift Valley".
L’Africa, anche in Kenya, ha conservato una sua anima "ancestrale" che fatica a spartire gli spazi sociali con una propria consapevolezza: la mia fede, la mia tribù, il mio partito politico, stanno tutti nella stessa "pentola". Così come i "waganga", gli stregoni, a cui i commercianti che hanno subito il saccheggio si sono rivolti per riavere la loro merce. Annunciano maledizioni e calamità: «Ladri, dimenticherete di essere degli esseri umani», ma anche «non andrete più al gabinetto», se entro cinque giorni chi ha rubato non restituirà il "maltolto". E più d’uno lo ha già fatto.