La
"Rift Valley"
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ormai è l’ultimo «girone» dei
disperati
Qui
arrivano le vittime in fuga dalle violenze.
Ma i "campi" sono ormai terreno controllato da bande di criminali,
che abusano di donne e bambini,
adescati con la promessa di un piccolo guadagno e poi a prostituirsi.
«Siamo sfuggiti alla morte per finire in questo inferno».
Dal
nostro inviato a Nairobi, Claudio Monici
("Avvenire", 17/2/’08)
Cinquanta, cento scellini (l’equivalente
di un euro) per una notte con una bambina di 14 anni. Ragazzini
"calamitati" da lusinghe e promesse di un lavoro, qualche spicciolo, e
che invece subiscono abusi sessuali.
Donne aggredite quando di notte si devono servire delle "latrine" a
cielo aperto. Genitori che, nella confusione di persone che vanno e vengono,
perdono le tracce dei loro bambini più piccoli. Niente ordine, scarso cibo e
assistenza, ma soprattutto niente legge e sicurezza in molti dei piccoli e
grandi "campi" improvvisati nella zona della "Rift
Valley", dove
si sono radunate le vittime che fuggono dalla violenza "etnico-politica"
in Kenya.
Storie di miseria e frustrazione, di giovani e adulti costretti, spalle al muro,
a sopravvivere come si può, e che in cerca di un tozzo di pane finiscono per
subire le conseguenze di chi trae vantaggio da questa situazione, alimentando
fenomeni di criminalità e prostituzione. Gli ultimi di cui si è avuta notizia,
sono trenta ragazzi e ragazze, tra i 13 e i 17 anni. Erano accampati con le loro
famiglie in un’area all’aperto, seppure recintata, di Nakuru e avevano
ingenuamente inseguito le promesse e le illusioni di chi invece poi se ne è
approfittato sessualmente. Sono stati ritrovati e riconsegnati ai genitori.
«Stiamo adottando misure appropriate per impedire fatti analoghi e così
offrire maggiore sicurezza alle persone – ammette il responsabile della
"Croce Rossa" di Nakuru, Pascal Mbeche – . Succede che si presentano
sconosciuti con la promessa di qualche opportunità, soprattutto lavori
domestici, da proporre a chi non ha più nulla per sopravvivere alla giornata».
Promesse che sono una "trappola" in cui a caderci dentro sono i più
ingenui. I bambini. Ma ci sono anche tragedie come quella capitata ai coniugi
Elijah Odero e sua moglie Rose: «Non possiamo credere che siamo riusciti a
sfuggire alla morte, quando hanno assaltato la nostra casa, e ora che siamo in
salvo la nostra bambina Lilian di quattro anni è praticamente svanita sotto i
nostri occhi». Quante piccole "Lilian" sono scomparse nel Kenya di questo mese di
follia? Chi le andrà a cercare? Quali riflettori si accenderanno sulle loro
piccole storie, che raramente finiscono sulle pagine dei giornali e nei
"rotocalchi" televisivi? Il Kenya per anni è stato il cuore d’Africa
che ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati dal
Sudan, dalla Somalia, dall’Etiopia,
ma anche dai lontani Burundi, Ruanda e Congo. Oggi il "vento" è
cambiato, e mentre ancora il Paese soffre delle violenze e dell’insicurezza
scatenate dalle contestate elezioni presidenziali del 27 dicembre, il numero dei
rifugiati interni, oltre 300mila, è ben superiore a quello dei profughi che
ancora vivono nei vari "campi di accoglienza" di Kakuma, nel Turkana,
e di Dadaab, nella Provincia del nord-est, e che sono circa 210mila. Per ironia
della sorte, ma anche per stessa ammissione delle "agenzie umanitarie"
impegnate sul terreno, i rifugiati stranieri vivono migliori condizioni di
sicurezza e assistenza, rispetto ai loro sfortunati "ospiti" costretti
dalle circostanze a vivere da sfollati in casa propria, a volte senza neanche un
telo di plastica sulla testa e senza la possibilità di poter ritornare ai
villaggi nonostante il governo continui a ripetere, anche con annunci pubblicati
sulla stampa locale, che «tutti hanno il diritto di risiedere ovunque nel
proprio Paese». «Ho troppa paura. Io non posso più tornare alla mia fattoria,
perché la gente che ci ha attaccati erano i nostri vicini. Nessuno può
impedire a loro di farlo ancora una volta», racconta Veronica Wanjru, che con
altre 20mila persone vive nel "campo" a cielo aperto di Eldoret, senza
"latrine" e adeguate sistemazioni, se non la volta stellata del cielo
sopra l’Equatore. E dove le ragazze scambiano sesso in cambio di qualche
moneta. È una doppia violenza quella che affligge una grande fetta di
popolazione del Kenya, stremata da cinque settimane di "caos", e che
cerca di salvarsi dall’odio nato con la politica e finito nella "palude" della
vendetta tribale e dello scontro tra "classi". Nella capitale, secondo
i dati forniti dal "Nairobi women’s hospital", l’unica struttura
sanitaria in Kenya specializzata per le problematiche femminili, in questa
settimana che si è appena conclusa «sono stati trattati 94 casi di minori che
hanno subito abusi sessuali. Dei 242 pazienti registrati, 213 sono donne, 20
uomini. Numerose sono le vittime di abusi che hanno subito violenze di gruppo».
Con un alto rischio di esposizione alle infezioni sessuali e alla diffusione
dell’"Aids". La punta di un "iceberg", perché sono dati
che si riferiscono soltanto alla città di Nairobi
e suoi "sobborghi". Come ha evidenziato Lucy Oriang sul "Daily
Nation": «Solo il nostro Buon Signore conosce quanto male è stato fatto
nelle altre parti del nostro Paese».