Andreoli: «Con l’amore curava meglio degli psicologi».
Domenico Montalto
("Avvenire", 4/11/’07)
Nel 2004 Vittorino Andreoli scrisse la prefazione al libro di don Oreste Benzi "Gesù è una cosa seria". Uno scritto commosso, toccante, che trasudava ammirazione per quel prete così irregolare, al quale lo psichiatra era legato da profonda amicizia. Sentimenti che Andreoli conferma oggi, ricordando l’amico.
Professor Andreoli, don Benzi era una persona dolcissima ma anche un prete, se vogliamo, «all’antica». Eppure – con la sua tonaca e i suoi modi "d’antan" – ha affascinato un laico, uno scienziato come lei, formatosi sul "positivismo" moderno. Ce ne spieghi i motivi.
Ciò che disarmava e conquistava era la sua fede. Una fede semplice, umile,
pura, "adamantina". Benzi ci ha aiutato a capire, con l’esempio
vivente, che cosa vuol dire "credere in qualcosa", quel qualcosa che
per lui era Cristo. Questa fede gli dava una forza trascinante, unica. In tal
senso era diverso da certi suoi colleghi sacerdoti impegnati nel cosiddetto
"sociale", magari dotati di competenze intellettuali plurime e di
grandi capacità "manageriali", nonché capaci di relazionarsi con ministri e
"vip": don Oreste, invece, ha fatto tutto ispirandosi solo al
principio elementare della presenza e del comportamento di Gesù, suo unico
maestro e modello. La sua forza nuova stava proprio in questa sua fiducia
infinita in Dio e nella Provvidenza. Era un folle di Dio, senza schemi. Non
faceva calcoli; non ha mai fatto, in vita sua, una richiesta di fondi.
Eppure nulla lo fermava davanti al bisogno del prossimo. Era un prete che non
voleva essere sapiente, né sociologo. Ma c’è un secondo aspetto peculiare di
don Benzi, altrettanto affascinante. Egli non ha mai fondato
"comunità", secondo il termine oggi di moda, ma famiglie. Da
psichiatra, posso dire di non aver mai conosciuto un altro uomo che credesse
tanto nella famiglia, nel rapporto uomo-donna-figli come luogo della carità:
una famiglia allargata, terapeutica, senza teorie e complicazioni, né
sociologiche né teologico-pastorali. Famiglie che non sono "comunità
specializzate", ma case in cui persone accolgono nell’"ordinarietà"
quotidiana il drogato, la prostituta, il malato, il minore difficile, il
barbone, costruendo intorno a loro un clima fraterno nella naturalità dell’umano.
La gestione della convivenza non era data dal regolamento, come solitamente
avviene nelle comunità, ma dall’amicizia, dal rapporto personale
"io-tu", dall’amore
per Cristo visto negli altri, con semplicità assoluta. Entrare in una famiglia
di don Oreste poteva dar inizialmente l’impressione – anche a me psichiatra
– di entrare in un manicomio. In realtà nel "caos" si intravedeva
un preciso principio ordinatore: l’amore. Questa sua intuizione della
"casa-famiglia" ha dimostrato di funzionare, ad ogni latitudine.
Davanti a quell’autenticità umana, si comprende fra l’altro anche la
degenerazione di tanto sedicente "volontariato", divenuto in realtà
un lavoro qualsiasi, un impiego come un altro, fatto per soddisfare bisogni
esistenziali individuali o, peggio, per camuffare degli affari.
Da "addetto ai lavori" della psichiatria lei può quindi convalidare la "terapeuticità" dello stile di Benzi, del suo approccio umano ed evangelico.
Certo. Non si trattava però di una "terapeuticità" secondo le solite categorie tecnico-scientifiche, perché fondata sull’ausilio degli psichiatri e dei vari professionisti (che pur non mancava), ma perché esito diretto, ripeto, di uno stile umano "inzuppato" d’amore cristiano. Ciò che di lui mi ha stupito era esattamente questa "debolezza delle teorie", questo coraggio quasi incosciente, ma in verità nitido e concreto. Tale attrattiva umana di don Oreste era indiscutibile, ed era il motivo per cui tanti lo hanno amato e seguito. E, a pensarci bene, in lui c’era anche un’altra, una terza "stranezza".
Quale?
Non si spaventava del fatto di essere lasciato solo, di essere deriso non
solo da alcuni non credenti ma anche da qualche ecclesiastico. Ricordo convegni
organizzati dalla sua "Associazione", disertati dal mondo curiale,
politico, scientifico. Talora ero io l’unico "esterno" ad assistere
a quegli incontri.
Del resto Benzi non badava alle formalità e alle apparenze, neppure le proprie.
Spesso poteva sembrare trasandato. Ricordo che gli dicevo, sia pur con devozione
filiale: «Sei un prete brutto». In realtà, era totalmente assorbito dal suo
donarsi, e ciò lo rendeva affascinante.