BRUNO FORTE

L’arcivescovo e teologo rilegge il discorso del Papa ai delegati.
«Sul piano pastorale emerge il volto della Chiesa italiana come Chiesa di popolo».

RITAGLI   «Un grande sì alla vera dignità dell'uomo»   DOCUMENTI

«Il legame amore-intelligenza, tipico del magistero di Ratzinger,
fonda i "no" al relativismo e all'edonismo così enfatizzati dai mass media».

Dal nostro inviato a Verona, Mimmo Muolo
("Avvenire", 20/10/’06)

Qualcuno, a caldo, lo ha definito il discorso di Ratisbona «tradotto» in italiano. In effetti, tra la "lectio" tenuta il 12 settembre nell'università tedesca e l'intervento di ieri al Convegno nazionale di Verona, ci sono parecchi punti di consonanza. Ma per l'arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, c'è anche di più.
«A me è sembrato - afferma il presule - che la coniugazione intelligenza-amore, tipica del magistero di
Benedetto XVI, sia stata detta qui con una tale forza, che aiuta davvero a capire perché i "no" che la Chiesa pronuncia e che i media riprendono con tanta enfasi, siano in realtà dei "sì". Essi in sostanza esprimono la fiducia nell'ordine intelligente dell'universo creato da Dio e nella forza dell'amore che lo realizza e che si è rivelato in Cristo».
Come teologo,
Bruno Forte conosce bene il pensiero di Papa Ratzinger - che non a caso, quando era ancora cardinale, lo ha ordinato vescovo. E come pastore inserito nella comunità ecclesiale italiana - fu anche relatore al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985 - dispone di tutte le chiavi di lettura per commentare il discorso del Papa.

Qual è, dunque, il punto focale dell'intervento di Benedetto XVI?
«Ritengo che il Papa abbia saputo coniugare perfettamente le due parti del tema del nostro Convegno. Ha centrato tutto sulla risurrezione di Cristo, sorgente di amore e di speranza, e ha letto questa speranza nella complessità della situazione italiana, mostrando come in Gesù risuoni il grande "sì" della fede, detto all'uomo e alla sua libertà».

Ma non sono proprio questi «sì» che spesso la cultura dominante presenta come «no», cioè come ostacoli alla stessa libertà?
«Effettivamente qualcuno sostiene che questo Papa valuti negativamente il mondo in cui viviamo, perché dice "no" al relativismo, all'edonismo e così via. Ma il Papa sa che dove c'è relativismo c'è solitudine, dove c'è utilitarismo non c'è amore, dove si mettono in discussione la vita e la famiglia non c'è futuro. Ecco perché la vera ragione di questi "no" è un grande sì all'uomo e alla sua dignità. A Verona il Papa lo ha ribadito a lettere chiarissime. Riproponendo la sua visione positiva, fiduciosa, serena».

Su che cosa si basa questa visione?
«Sulla profonda corrispondenza, rivelata in Gesù Cristo, tra il Dio creatore e il Dio salvatore. Se il Dio salvatore è il Logos, e dunque la ragione che si è rivelata e donata come amore, allora la struttura profonda della creazione, essendo lo stesso Dio il creatore, non può non essere intelligente, ma sempre inseparabile dall'amore.

Quali sono le ricadute pastorali e sociali di questa impostazione teologica?
«Dal punto di vista pastorale mi sembra emerga, nel discorso di Benedetto XVI, il volto della Chiesa italiana come Chiesa di popolo, con il popolo e per il popolo. Chiesa di popolo perché profondamente radicata nel vissuto della gente. Ma anche Chiesa con il popolo, in quanto sente come suoi i problemi della società e sa declinare una fede amica dell'intelligenza e testimone di amore. Infine Chiesa per il popolo, che ha molto da dare a questo Paese».

Che cosa, in particolare?
«Soprattutto un orizzonte profondo di senso e un surplus di speranza. Inoltre può ispirare responsabilità civili e politiche dei cattolici, che non significa volersi sostituire come Chiesa alle responsabilità del politico. Questo il Papa lo ha detto chiaramente: il compito di costruire un giusto ordine politico è dei fedeli laici, che operano come cittadini con proprie responsabilità. Ma questa compromissione storica deve trovare pur sempre ispirazione nell'orizzonte di senso e di speranza che Cristo risorto ci dona e che diventa veramente la misura delle scelte concrete».

Si diceva delle ricadute sociali del discorso. Tra queste c'è anche un nuovo rilancio del Progetto culturale?
«Certamente. Oggi occorre guardare con fiducia alla realtà, saper leggere tutto ciò che c'è di vero e di bello in essa, dialogare con gli altri, ma anche dire "no" quando è necessario opporsi a ciò che vorrebbe dissolvere la dignità della persona umana».

Lei era relatore al Convegno di Loreto, uno dei due Convegni di Giovanni Paolo II. Quali tratti di continuità vede tra gli interventi di Papa Wojtyla e quelli di Papa Ratzinger?
«Vedo continuità nella sottolineatura, comune ai due Pontefici, del primato di Dio e della sua rivelazione in Gesù Cristo. L'impianto direi mistico-profetico di Giovanni Paolo II trova la sua corrispondenza ora in quello teologico-spirituale di Benedetto XVI. E proprio per questo Papa Ratzinger ha potuto argomentare i perché delle scelte sul piano storico, sociale, politico e culturale dei cristiani con una profondità che gli deriva sia da decenni di elaborazione teologica da lui vissuti in prima persona, sia dall'approfondimento di quelle posizioni che erano andate maturando già nel magistero di Giovanni Paolo II».

Possiamo, dunque, dire che una delle cifre interpretative di questa prima parte di pontificato è il tentativo di approfondire la dignità culturale della fede cristiana?
«Sì, purché con questa espressione non si intenda un'operazione che privilegi esclusivamente il momento intellettuale. Perché la forza di Benedetto XVI è nell'accentuare il valore della ragione inseparabilmente dal principio d'amore».