L'INTERVISTA

Il giorno dopo la conclusione dei lavori, il bilancio del presule «padrone di casa»:
«Nulla sarà più come prima. Da qui, con la grazia dello Spirito Santo,
partirà un impulso nuovo a vivere con più serietà la vita cristiana,
contribuendo alla crescita religiosa e civile del nostro Paese».

RITAGLI   «Dal Convegno un forte richiamo alla responsabilità»   DOCUMENTI

Il vescovo di Verona Flavio Roberto Carraro:
«Il cristiano si muove in base all'appartenenza alla cittadinanza del cielo,
ma questo non ci rende estranei a quella terrena.
Anzi, in virtù di questa doppia cittadinanza,
non possiamo restarcene inerti di fronte ai problemi».

Dal nostro inviato a Verona, Mimmo Muolo
("Avvenire", 22/10/’06)

Il giorno dopo di monsignor Flavio Roberto Carraro ha già il sapore della quotidianità ritrovata. All'appuntamento, infatti, il vescovo di Verona si presenta vestito con il saio da cappuccino, che usa abitualmente e sui cui spicca la croce pettorale. Come dire che si è rimboccato le maniche, per rimettersi prontamente al lavoro. «È vero - conferma con un sorriso a 24 ore dalla conclusione del Convegno di Verona - . Siamo ritornati alla normalità, ma dopo l'esperienza vissuta con i 2.700 delegati giunti da tutta Italia, dopo la visita del Papa, penso che nulla sarà più uguale a prima. Per la nostra diocesi, in particolare, ma spero e prego anche per tutta la Chiesa italiana».

Qual è il suo bilancio dell'evento decennale appena concluso?

«Sotto il profilo organizzativo moltissimi confratelli vescovi e tanti delegati mi hanno detto che si sono sentiti degnamente accolti dalla nostra Chiesa. Non tocca a me giudicare se abbiamo fatto bene o male, ma l'impegno non è mancato. Sotto l'aspetto contenutistico, invece, che è sicuramente più importante, credo che da Verona, con la grazia dello Spirito Santo, partirà un impulso nuovo per vivere la vita cristiana con più responsabilità. Ci sono tutte le premesse perché questo senso di responsabilità cresca di pari passo alla capacità di testimonianza. E così pensiamo di poter dare un apporto forte alla vita civile e religiosa dell'Italia».

In una sua ideale graduatoria, quali contenuti del Convegno di Verona sottolineerebbe maggiormente?

«Ci sono diversi temi che mi hanno colpito profondamente. E credo che siano stati riassunti in maniera mirabile sia nel discorso del Papa, sia nelle conclusioni del cardinale Ruini. Ma prima di tutto mi permetta di fare una notazione, direi comportamentale».

Prego.

«L'attenzione dei delegati in tutti i momenti del convegno e specie durante il discorso del Papa, illuminante sotto molti aspetti. Con i loro applausi che non partivano a caso, infatti, essi hanno dimostrato di aver compreso profondamente il messaggio di Benedetto XVI. Accompagnando il Santo Padre all'aeroporto, mi sono permesso di dirgli che gli applausi erano soprattutto su affermazioni di valore teologico e morale. E lui mi ha risposto: "Sì, è vero. L'ho notato anch'io con molto piacere"».

E quanto ai temi?

«Prima di tutto la sottolineatura della testimonianza. Noi sappiamo che la vita del cristiano si muove in base all'appartenenza a un'altra cittadinanza, che è quella del cielo, ma senza che ciò ci renda estranei alla cittadinanza terrena, tanto è vero che uno degli ambiti verteva proprio su questo argomento. Direi, anzi che proprio in virtù di questa doppia cittadinanza, non possiamo restarcene inerti di fronte ai problemi».

È il discorso del progetto culturale, o sbaglio?

«Sì. E da questo punto di vista, Verona ha completato quello che già era stato detto a Palermo undici anni fa. È stato proprio il progetto culturale che con grande efficacia ci ha insegnato la necessità di essere presenti e propositivi nel campo culturale, per non farci fagocitare dalla falsa cultura propinata dai mass media, spesso lontana dal Vangelo quando non addirittura apertamente contraria. Pensi che spesso in confessione mi è capitato di sentire qualcuno che veniva a dirmi: "Ho abortito (oppure, ho costretto mia moglie ad abortire), ma tanto, adesso è permesso, vero?". Vede la confusione tra legge civile e legge del Vangelo a che punto arriva? C'è tanto lavoro da compiere. Rimbocchiamoci le maniche».

A Verona in particolare quale eredità lasciano il Convegno e la visita del Papa?

«Ho notato una felice coincidenza tra i temi del Convegno e quelli del nostro Sinodo diocesano cominciato dopo il Giubileo e terminato lo scorso anno. Per esempio la missionarietà, la necessità della collaborazione clero-laici, il crescente interesse di questi ultimi per l'approfondimento della propria fede. E l'urgenza di rinnovarci anche come clero, attraverso la formazione permanente. Dal Convegno e dalla visita del Papa riceviamo ora un ulteriore stimolo soprattutto nella direzione di un nuovo protagonismo dei laici».

Come deve esercitarsi questo protagonismo?

«Spesso ai miei sacerdoti dico: "Non voglio vedere nelle parrocchie dei mezzi preti o dei chierichetti adulti". Il laico il suo carisma specifico lo deve spendere nella società: la famiglia, la formazione dei figli, la politica, la difesa dell'antropologia cristiana nelle grandi scelte legislative. Noi preti non dobbiamo fare politica, ma i laici devono fare politica. Assumendosi con coraggio le responsabilità per le quali si sono preparati».