IL LIBRO DEL PAPA

RITAGLI   «Oltre le mode ritroviamo il Gesù   DOCUMENTI
di cui parlano i Vangeli»

Il cardinale Antonelli riprende la riflessione dei vescovi italiani sul libro di Ratzinger:
«Verifichiamoci anche su come parliamo di Lui ai nostri ragazzi».

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 24/1/’07)

Il Gesù storico e il Cristo della fede «non sono due figure diverse, ma la stessa persona». L'affermazione che sta al centro del prossimo libro del Papa su Gesù di Nazareth, e alla quale il cardinale Camillo Ruini aveva dedicato lunedì un passaggio della sua prolusione, è stata oggetto di numerosi interventi, all'interno del Consiglio permanente, durante il dibattito seguito al discorso introduttivo del presidente della Cei. Segno di un evidente interesse, teologico e pastorale insieme, che il cardinale Ennio Antonelli sintetizza così: «Dopo Verona si può essere testimoni della speranza solo se siamo pienamente consapevoli che stiamo camminando con Cristo crocifisso e risorto, il quale è vivo e presente nella sua Chiesa. E che questo Cristo è lo stesso dei Vangeli». All'arcivescovo di Firenze, autore di un intervento nel corso del dibattito, chiediamo dunque di approfondire l'importante tematica.

Eminenza, perché si torna a parlare così tanto del Gesù storico?

«In realtà sono ormai quasi 200 anni che il Nuovo Testamento viene sottoposto a un esame storico-critico, che spesso, però, manipola i testi, per costruire un'immagine di Cristo secondo certe ideologie. Oggi in particolare si cerca di postdatare al massimo i Vangeli canonici e gli altri scritti neotestamentari e nello stesso tempo di anticipare la data dei Vangeli apocrifi (tra gli uni e gli altri corre almeno un secolo), proprio per mettere tutto sullo stesso piano e per poter avere degli appigli su cui costruire un'immagine di Gesù secondo le mode del nostro tempo. È un'operazione non solo "culturale", ma anche commerciale, visto che gli scritti e gli spettacoli di argomento religioso tirano molto».

Che cosa si può fare per contrastare questa tendenza?

«La decisione del Papa di scrivere un libro su Gesù di Nazareth è una chiara indicazione di come ci si deve muovere. Non dimentichiamo che già in molte occasioni Benedetto XVI ha invitato ad allargare gli spazi della ragione. Uno dei campi in cui operare questo allargamento è quello della ricerca storica su Gesù. Occorre innanzitutto ribadire che il Gesù storico e il Cristo della fede non sono due figure diverse, ma la stessa persona. Il Cristo della fede implica il Gesù storico, perché quella cristiana è la fede nel Dio che è venuto nella storia. Dunque il Papa si interessa al Gesù storico nella prospettiva del rapporto tra fede e ragione».

Quali riflessi pastorali può avere questo rinnovato interesse sulla figura di Gesù?

«Credo che il libro del Papa si riferirà innanzitutto ai teologi e agli studiosi, invitandoli a un discernimento teologico sulla vita di Gesù, pur senza perdere di vista la serietà del metodo storico. Ma più in generale questa pubblicazione richiamerà tutti i cristiani ad approfondire gli aspetti di ragionevolezza della nostra fede».

Ad esempio?

«Fin dall'inizio la conoscenza storica e la fede cristiana hanno camminato di pari passo. La prima Lettera di Giovanni inizia dicendo: "Quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che abbiamo udito con le nostre orecchie, quello che abbiamo toccato con le nostre mani, questo noi vi annunciamo". Del resto Gesù stesso, nel Vangelo, chiede agli apostoli e ai discepoli di usare l'intelligenza, rimproverandoli quando non lo fanno. Dunque tutto il Nuovo Testamento, pur essendo un documento della fede in cui la storia di Gesù è riletta alla luce dell'esperienza pasquale, si basa su quanto Gesù ha veramente detto e fatto. Perciò, oggi, anche noi siamo chiamati a recuperare questa dimensione storica fondamentale. E non solo nella teologia, ma anche nella catechesi. Ho l'impressione che, invece, sovente diamo ai ragazzi e ai fedeli un'immagine soprattutto moralistica della fede, senza trasmettere loro l'idea che il cristianesimo è storia: è la storia della salvezza in atto. E Gesù cammina in mezzo a noi e ci invita a seguirlo».

Una storia che continua nel presente, dunque.

«Certo. Quando dico storia, non intendo solo la storia di Gesù fino alla sua morte. Egli è risorto, è vivente e Paolo dice che è Gesù stesso che evangelizza i popoli. Certamente lo fa per mezzo della Chiesa, ma Lui è il primo evangelizzatore. Questa consapevolezza della presenza di Gesù nella storia della Chiesa dobbiamo ricuperarla a tutti i livelli. A livello di catechesi, di esperienza di fede e di studi teologici. Anche perché ci sono i segni concreti».

Quali?

«Il Concilio Vaticano I dice che la Chiesa stessa è un grande segno di credibilità. E il Vaticano II insegna che i santi, ad esempio, sono un segno che Cristo sta mantenendo le sue promesse. Così anche i miracoli, che egli stesso aveva preannunciato (basti pensare ai miracoli riconosciuti per le beatificazioni e le canonizzazioni). Del resto sarebbe difficile per noi credere a un uomo vissuto 2000 anni fa. Uno, se deve mettere in gioco la propria vita, lo fa per un Salvatore vivente, che dà segni di essere vivo. E questo Salvatore è lo stesso Gesù storico dei Vangeli».