INTERVISTA - MONARI

«Nota pastorale? Sì, ma anche politica,
nel senso che prende in esame il bene della società
e il bene della persona nella società.
La politica in senso alto vuole raggiungere esattamente questo obiettivo».

RITAGLI   «Non potevamo tacere.   DOCUMENTI
Lo esigeva la famiglia»

«Non è sensibilità di alcuni presuli, ma impegno pastorale condiviso.
Tutti i vescovi hanno già parlato,
con dichiarazioni o interventi diretti nelle loro diocesi.
Ma era giusto che anche il Consiglio permanente prendesse posizione».
«Noi riaffermiamo che la realizzazione autentica della persona
non può esistere
se non nella polarità sessuale,
e che l’assunzione di questa polarità è una ricchezza infinita per la società dal punto di vista culturale e affettivo».

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 29/3/’07)

Nessun attentato alle libertà civili, né tanto meno un'invasione di campo dei vescovi. Più precisamente la Nota pubblicata ieri dal Consiglio permanente è la «riaffermazione del valore insostituibile della famiglia» per la stessa società. E come tale «è un messaggio rivolto a tutti» e in particolare ai cristiani, specie se parlamentari, «affinché siano coerenti con i valori in cui credono» e si comportino di conseguenza anche nei confronti dei "Dico". A poche ore dalla diffusione del testo che "Avvenire" pubblica integralmente, monsignor Luciano Monari spiega così il senso del documento messo a punto dal "Parlamentino dei vescovi". «Non potevamo tacere - sottolinea il vescovo di Piacenza-Bobbio e vicepresidente della Cei - Non su una materia come questa».

Molti si sono chiesti qual è il senso di questa Nota, specie dopo che contro i "Dico" si erano levate molte voci di vescovi negli ultimi mesi.

Effettivamente tutti i vescovi italiani hanno già parlato del problema, con dichiarazioni pubbliche o interventi diretti alle loro diocesi. Ma era giusto che anche il Consiglio permanente, il quale rappresenta tutti i vescovi italiani, attraverso i presidenti delle conferenze regionali, prendesse una posizione unica. Questa Nota sottolinea in pratica che la promozione della vera famiglia è frutto non della particolare sensibilità di alcuni presuli, ma un impegno pastorale condiviso.

Quali sono, dunque, gli argomenti maggiormente sottolineati?

Prima di tutto l'affermazione del valore insostituibile che la famiglia ha nella vita delle persone e della società. La famiglia, infatti, è il contesto più favorevole per accogliere la persona e per favorire la sua crescita e la sua maturazione personale. Inoltre è anche la struttura che garantisce il futuro della società attraverso la procreazione e che contribuisce in modo fondamentale al "welfare" della società stessa. Se viene meno la struttura della famiglia, è tutto il sistema sociale che va profondamente in crisi. È, dunque, interesse della società custodire, proteggere e rendere la più solida possibile la famiglia, perché quest'ultima fa crescere persone umanamente più equilibrate e assicura una vita sociale più ricca di benessere per ognuno.

E il secondo aspetto?

Il secondo aspetto riguarda il problema della legalizzazione delle unioni tra persone omosessuali, che si basa sull'ideologia del "genere", secondo la quale la dimensione della sessualità diventa fondamentalmente irrilevante dal punto di vista giuridico. Noi, invece, riaffermiamo che la realizzazione autentica della persona non può esistere se non nella polarità sessuale e che l'assunzione di questa polarità è una ricchezza infinita per la società dal punto di vista culturale e dal punto di vista affettivo. Perciò tutto quello che può ledere la percezione di questo valore e la sua concreta realizzazione nella vita, va contro il bene delle persone e della società.

Come risponde, dunque, alle accuse di ingerenza mosse ai vescovi in questi giorni?

Ci sembra che, come vescovi, su questi temi abbiamo il dovere di parlare, altrimenti ci troveremmo di fronte a un silenzio inspiegabile. I rappresentanti della comunità cristiana non possono tacere, quando sono in gioco valori così importanti e decisivi.

Come definirebbe questa Nota: più pastorale o più politica?

È sicuramente una nota pastorale, perché nasce dalla sensibilità pastorale dei vescovi. Ma si può dire che è anche politica, nel senso che prende in esame il bene della società e il bene della persona nella società. E siccome la politica in senso alto vuole esattamente raggiungere questo obiettivo, si può dire che la Nota ha una rilevanza in questa direzione. Niente a che fare, invece, con la politica intesa come partiti e come schieramenti. Da questo punto di vista siamo il più al di fuori possibile. E chiediamo anche che le nostre posizioni non vengano strumentalizzate in un'ottica partitica. Vorremmo, anzi, che diventino un'occasione per riflettere sulla politica in senso alto, cioè su quale sia il bene reale della società in cui viviamo e quali siano le strade migliori per realizzarlo.

A chi è rivolto, dunque, il documento?

È rivolto a tutti, perché è una riflessione sul senso della persona umana, del matrimonio e della famiglia e perciò interessa ogni persona, credente o meno. Tra l'altro è un discorso basato su motivazioni comprensibili e verificabili da tutti, una specie di invito al dialogo e alla riflessione rivolto a 360 gradi. Ovvio che poi la Nota sia rivolta in primo luogo alle persone che fanno parte della comunità cristiana, cioè a coloro che hanno il compito di rendere testimonianza al Vangelo e alla ricchezza della persona umana così come il Vangelo l'annuncia. Infine è rivolta in modo ancora più particolare ai cristiani che sono impegnati a livello politico e legislativo, perché siano coerenti, nelle scelte che fanno, con i valori nei quali credono e con l'antropologia ispirata al Vangelo.

Qualcuno parla di condizionamento delle coscienze. Come risponde?

Noi vogliamo solo offrire delle motivazioni per cui un parlamentare possa fare una scelta in conformità con quello che riteniamo il bene della persona e della società. Non c'è alcun condizionamento negativo, né alcuna costrizione o la previsione di sanzioni. Semplicemente noi ricordiamo ciò che dal punto di vista del comportamento cristiano ci sembra corretto o scorretto. Ma questo, come vescovi, lo diciamo in tutte le dimensioni dell'annuncio del Vangelo. Evidentemente, se qualcuno vuole essere cristiano, è "condizionato" da quello che il Vangelo chiede. E mi sembra che i vescovi nella Chiesa hanno proprio il compito di esprimere le esigenze del Vangelo.

Nessun sopruso rispetto alla libertà di coscienza, dunque?

Evidentemente, se uno pensa che la coscienza sia quello che istintivamente mi viene facile fare o quello che corrisponde ai miei gusti e alle mie preferenze, siamo su una strada sbagliata. Ma se la coscienza è un giudizio che viene dato sulla moralità dei comportamenti, a partire dalle motivazioni che li verificano come comportamenti buoni o cattivi, credo che la formazione della coscienza sia il dovere di ogni persona umana e credo che all'interno della comunità cristiana il magistero abbia un compito importante nella illuminazione delle coscienze.