VERSO LA PASQUA

RITAGLI   Colosseo,   DOCUMENTI
una «Via Crucis» nella luce della Scrittura

Via Crucis, Scuola Veneta - Sec. XVIII (Cattedrale - Padova).

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 6/4/’07)

LE MEDITAZIONI DELLA VIA CRUCIS   (da www.vatican.va)

«Un viaggio nel dolore, nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella morte». Ma anche e soprattutto «un percorso nella fede, nella speranza e nell'amore, perché il sepolcro dell'ultima tappa del nostro cammino non rimarrà sigillato per sempre». Così nella preghiera iniziale viene riassunto il senso della Via Crucis che questa sera il Papa presiederà al Colosseo, le cui meditazioni sono state scritte da monsignor Gianfranco Ravasi. Il noto biblista, prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano, conduce in effetti per mano i fedeli lungo la via dolorosa, attualizzandone i diversi momenti e illuminando con profonde riflessioni gli aspetti della vita di tutti i giorni. Così, a leggere le sue parole, sempre perfettamente aderenti al testo evangelico, si ha quasi l'impressione di essere direttamente presenti e personalmente coinvolti in quegli eventi svoltisi «in una tarda mattinata primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era». Monsignor Ravasi, seguendo la Passione secondo Luca, non utilizza il percorso tradizionale della Via Crucis. Non ci sono, ad esempio, le tre cadute di Gesù (anche se alla settima stazione - Gesù è caricato della Croce - l'autore ricorda che la «tradizione ha voluto simbolicamente costellare quell'itinerario di tre cadute). Tuttavia non è la prima volta che una simile scansione delle tappe della via dolorosa viene utilizzata nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo (successe ad esempio anche nel 1991). E alla fine l'effetto d'insieme risulta ugualmente efficace.
Si parte con la preghiera nel Getsemani. Nel Cristo «in lotta con l'angoscia - scrive l'autore delle meditazioni - ritroviamo noi stessi quando attraversiamo la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di Dio». Si passa quindi al tradimento di Giuda «simbolo nei secoli di tutte le infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni». Gesù sperimenta così un'altra solitudine, che è quella di tante persone che «sono sole in una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei».
La scena si anima nella terza stazione, quella del giudizio davanti al Sinedrio. Un giudizio dall'esito scontato, annota Ravasi, mentre di fuori sta per consumarsi un altro dramma, quello del triplice rinnegamento di Pietro (quarta stazione) Anche qui siamo di fronte a un tradimento, ma nella vicenda del principe degli apostoli, «si condensano tante storie di infedeltà e di conversione, di debolezza e di liberazione». Il biblista commenta con le parole di un convertito, François-René de Chateaubriand: «Ho pianto e ho creduto» (e non sarà questa l'unica citazione letteraria: da Charles Péguy a Marie Noel) e ammonisce i fedeli: «Anche a noi che ogni giorno consumiamo piccoli tradimenti, come per l'apostolo è aperta la strada dell'incontro con lo sguardo di Cristo». La stazione di Pilato (la quinta) fa dire a Ravasi: «Egli incarna un atteggiamento che sembra dominare nei nostri giorni, quello dell'indifferenza, del disinteresse, della convenienza personale». E la sua espressione («che cos'è la verità?») è l'eterna domanda tipica di ogni scetticismo e di ogni relativismo etico».
La flagellazione (sesta stazione) è l'occasione per riflettere sul dramma della tortura in tante carceri del mondo. Il Gesù caricato della croce (settima stazione) viene collegato all'immagine di «tante donne e uomini prostrati nella miseria o nella fame: bambini gracili, vecchi sfiniti, poveri debilitati». L'aiuto del Cireneo (ottava stazione) è «simbolo di tutti gli atti di solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati», ma anche dell'«agguato» che Dio compie «sui sentieri della vita quotidiana», bussando alle nostre porte quando meno ce lo aspettiamo. Il pianto delle donne di Gerusalemme (nona stazione) diventa l'occasione per un inno al dolore delle tante «donne umiliate e violentate, quelle emarginate e sottoposte a pratiche tribali indegne, le donne in crisi e sole di fronte alla loro maternità». E anche la crocifissione (decima stazione) mostra in controluce le contraddizioni della nostra epoca. «Sotto quel corpo agonizzante - annota Ravasi - sfila la folla che vuole «vedere» uno spettacolo macabro. È il ritratto della superficialità, della curiosità banale, della ricerca di emozioni forti. Un ritratto nel quale si può identificare anche una società come la nostra che sceglie la provocazione e l'eccesso quasi come una droga per eccitare un'anima ormai intorpidita, un cuore insensibile, una mente offuscata». La croce campeggia anche nelle meditazioni delle successive tre stazioni: il buon ladrone; la madre e il discepolo; Gesù muore sulla croce. Da questa tredicesima stazione il prefetto della Biblioteca Ambrosiana coglie lo spunto per ribadire l'importanza del Crocifisso negli ambienti della vita di ogni giorno. Il Cristo che muore sul Golgota, ricorda, «non è più il Dio greco-romano impassibile e remoto». In Gesù crocifisso «si rivela ora il Dio appassionato, innamorato delle sue creature fino al punto di imprigionarsi liberamente nella loro frontiera di dolore e di morte. È per questo che il Crocifisso è un segno umano universale della solitudine della morte e anche dell'ingiustizia e del male. Ma è anche un segno divino universale di speranza per le attese di ogni centurione, cioè di ogni persona inquieta e in ricerca». Anche nell'ultima stazione, la deposizione, la luce di questa speranza è più forte del buio della morte. Perché già si pregusta la risurrezione.