VERSO LA PASQUA
Colosseo,«Un viaggio nel dolore, nella solitudine, nella crudeltà, nel male e nella
morte». Ma anche e soprattutto «un percorso nella fede, nella speranza e
nell'amore, perché il sepolcro dell'ultima tappa del nostro cammino non
rimarrà sigillato per sempre». Così nella preghiera iniziale viene riassunto
il senso della Via Crucis che questa sera il Papa presiederà al Colosseo, le
cui meditazioni sono state scritte da monsignor
Gianfranco
Ravasi. Il noto
biblista, prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano, conduce in
effetti per mano i fedeli lungo la via dolorosa, attualizzandone i diversi
momenti e illuminando con profonde riflessioni gli aspetti della vita di tutti i
giorni. Così, a leggere le sue parole, sempre perfettamente aderenti al testo
evangelico, si ha quasi l'impressione di essere direttamente presenti e
personalmente coinvolti in quegli eventi svoltisi «in una tarda mattinata
primaverile di un anno tra il 30 e il 33 della nostra era». Monsignor Ravasi,
seguendo la Passione secondo Luca, non utilizza il percorso tradizionale della
Via Crucis. Non ci sono, ad esempio, le tre cadute di Gesù (anche se alla
settima stazione - Gesù è caricato della Croce - l'autore ricorda che la
«tradizione ha voluto simbolicamente costellare quell'itinerario di tre
cadute). Tuttavia non è la prima volta che una simile scansione delle tappe della via
dolorosa viene utilizzata nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo
(successe ad esempio anche nel 1991). E alla fine l'effetto d'insieme
risulta ugualmente efficace.
Si parte con la preghiera nel Getsemani. Nel Cristo «in lotta con l'angoscia -
scrive l'autore delle meditazioni - ritroviamo noi stessi quando attraversiamo
la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di
Dio». Si passa quindi al tradimento di Giuda «simbolo nei secoli di tutte le
infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni». Gesù sperimenta
così un'altra solitudine, che è quella di tante persone che «sono sole in
una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da
tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei».
La scena si anima nella terza stazione, quella del giudizio davanti al Sinedrio. Un
giudizio dall'esito scontato, annota Ravasi, mentre di fuori sta per consumarsi
un altro dramma, quello del triplice rinnegamento di Pietro (quarta stazione)
Anche qui siamo di fronte a un tradimento, ma nella vicenda del principe degli
apostoli, «si condensano tante storie di infedeltà e di conversione, di
debolezza e di liberazione». Il biblista commenta con le parole di un
convertito, François-René de Chateaubriand: «Ho pianto e ho creduto» (e non
sarà questa l'unica citazione letteraria: da Charles Péguy a Marie Noel) e
ammonisce i fedeli: «Anche a noi che ogni giorno consumiamo piccoli tradimenti,
come per l'apostolo è aperta la strada dell'incontro con lo sguardo di
Cristo». La stazione di Pilato (la quinta) fa dire a Ravasi: «Egli incarna un
atteggiamento che sembra dominare nei nostri giorni, quello dell'indifferenza,
del disinteresse, della convenienza personale». E la sua espressione («che
cos'è la verità?») è l'eterna domanda tipica di ogni scetticismo e di ogni
relativismo etico».
La flagellazione (sesta stazione) è l'occasione per riflettere sul dramma della
tortura in tante carceri del mondo. Il Gesù caricato della croce (settima
stazione) viene collegato all'immagine di «tante donne e uomini prostrati nella
miseria o nella fame: bambini gracili, vecchi sfiniti, poveri debilitati».
L'aiuto del Cireneo (ottava stazione) è «simbolo di tutti gli atti di
solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati», ma anche
dell'«agguato» che Dio compie «sui sentieri della vita quotidiana», bussando
alle nostre porte quando meno ce lo aspettiamo. Il pianto delle donne di
Gerusalemme (nona stazione) diventa l'occasione per un inno al dolore delle
tante «donne umiliate e violentate, quelle emarginate e sottoposte a pratiche
tribali indegne, le donne in crisi e sole di fronte alla loro maternità». E
anche la crocifissione (decima stazione) mostra in controluce le contraddizioni
della nostra epoca. «Sotto quel corpo agonizzante - annota Ravasi - sfila la
folla che vuole «vedere» uno spettacolo macabro. È il ritratto della
superficialità, della curiosità banale, della ricerca di emozioni forti. Un
ritratto nel quale si può identificare anche una società come la nostra che
sceglie la provocazione e l'eccesso quasi come una droga per eccitare un'anima
ormai intorpidita, un cuore insensibile, una mente offuscata». La croce
campeggia anche nelle meditazioni delle successive tre stazioni: il buon
ladrone; la madre e il discepolo; Gesù muore sulla croce. Da questa tredicesima
stazione il prefetto della Biblioteca Ambrosiana coglie lo spunto per ribadire
l'importanza del Crocifisso negli ambienti della vita di ogni giorno. Il Cristo
che muore sul Golgota, ricorda, «non è più il Dio greco-romano impassibile e
remoto». In Gesù crocifisso «si rivela ora il Dio appassionato, innamorato
delle sue creature fino al punto di imprigionarsi liberamente nella loro
frontiera di dolore e di morte. È per questo che il Crocifisso è un segno
umano universale della solitudine della morte e anche dell'ingiustizia e del
male. Ma è anche un segno divino universale di speranza per le attese di ogni
centurione, cioè di ogni persona inquieta e in ricerca». Anche nell'ultima
stazione, la deposizione, la luce di questa speranza è più forte del buio
della morte. Perché già si pregusta la risurrezione.