CHIESA IN ITALIA

La bellezza di "celebrare" al centro del Convegno di Spoleto.
Valenziano: «La liturgia accorcia la nostra distanza dalla Gerusalemme celeste».

RITAGLI     Betori:     DOCUMENTI
«Fedeli al Vangelo anche se è impopolare»

Alla "Settimana liturgica nazionale" di Spoleto,
ieri l’Eucaristia presieduta dal segretario generale della Cei:
«La verità va sempre detta nella sua integrità».

Dal nostro inviato a Loreto, Mimmo Muolo
("Avvenire", 29/8/’07)

La fedeltà al Vangelo comporta sempre, in ogni tempo, «incomprensioni e condanne sociali». Non c'è da stupirsi dunque che anche oggi la voce della Chiesa entri in contrasto «con il modo vigente di pensare».
Le parole di
monsignor Giuseppe Betori risuonano nel Duomo di Spoleto, gremito dai partecipanti alla "58ª Settimana liturgica nazionale".
Sta commentando la pagina evangelica del martirio di San Giovanni Battista, il segretario generale della
Cei. Ma non è difficile pensare a quanto accade anche adesso nel mondo. Italia compresa, come segnala la cronaca di questi giorni. Del resto l'annuale appuntamento organizzato dal "Cal" (Centro azione liturgica), che anche in questa occasione ha riunito oltre mille partecipanti da tutta Italia, ha come tema «Celebrare nella città dell'uomo». E dunque la riflessione del vescovo appare perfettamente in linea, oltre che con il Vangelo proclamato durante la celebrazione eucaristica, anche con l'argomento della Settimana.
Monsignor Betori, pur senza riferimenti espliciti all'attualità (argomento su cui risponderà poco dopo alle domande dei cronisti, come riferiamo in altra parte del giornale), durante l'omelia sottolinea: «La Parola di Dio, che risuona nel mondo attraverso le parole di un profeta, ha in sé una carica di inevitabile contrasto con il modo vigente di pensare e di guidare gli eventi, in forza della novità che la contraddistingue».
E dunque non bisogna pensare che «la parola del Vangelo possa risuonare nel tempo senza generare opposizione e rifiuto». Al contrario questa «è una condizione da accogliere come garanzia di autenticità del nostro servizio alla verità, anche se comporta il prezzo dell'emarginazione culturale e sociale e, ancora per tanti cristiani nel mondo, oppressione e persecuzione violenta».
Per questo il segretario generale della Cei mette in guardia da un falso concetto di dialogo. «La natura "antitetica" del Vangelo - fa notare infatti - non può essere "sottaciuta" in nome di un vago e pericoloso "irenismo", che, magari nel nome di un malinteso dialogo o di una falsa tolleranza, va cercando mediazioni improponibili. Non si tratta certo di una ricerca "masochistica" della sofferenza - aggiunge il vescovo - ma di un realismo che non permette "commmistioni" indebite o attenuazioni della verità». Quest'ultima va sempre detta «in tutta la sua integrità e a prescindere dagli esiti di rigetto che possono prodursi in un determinato contesto culturale». Quindi anche di fronte a «incomprensioni e condanne sociali», «male faremmo a scoraggiarci o a cercare impossibili vie di mezzo. Ci è chiesta - rileva invece monsignor Betori - una parola di giudizio, che sappiamo bene deve accompagnarsi alla parola di consolazione, ma questa non significa la diminuzione di quella».
Fare unità di giudizio e consolazione, «senza sconti e senza dimenticanze, è quanto oggi ci è chiesto con fedeltà e coraggio, libertà e franchezza».
La liturgia, in questo, è di fondamentale importanza. «La sua carica profetica - conclude infatti il vescovo - è ciò che la connette con ogni momento della storia e la rende sempre attuale per ogni gioia e speranza, sofferenza e aspirazione dell'umanità». "Celebrare" bene significa dunque far sì che il Vangelo «sia sempre voce critica di ogni assetto sociale e culturale nel cammino verso la pienezza del Regno».
Prima della Messa, nella sua relazione mattutina, anche monsignor Crispino Valenziano aveva sottolineato «la grande attualità» del rapporto tra liturgia e città dell'uomo. «Specie oggi che si parla tanto di società "multietnica" - aveva spiegato il docente del "Sant'Anselmo" di Roma - la liturgia, che è passaggio da Babele a Pentecoste, si pone come possibile denominatore comune». Perciò, superata ormai la distinzione tra "città di Dio" e "città del diavolo", oggi ai credenti, aveva spiegato Valenziano, compete di «accorciare la distanza tra la Gerusalemme celeste e quella della terra». E la «bellezza della liturgia, che come diceva sant'Ireneo è opera delle mani di Dio, è elemento assolutamente imprescindibile per raggiungere lo scopo».