Il bagno di folla
a bordo della "papamobile",
che impiega mezzora per arrivare sul palco.
Poi il dialogo con alcuni giovani,
che si fanno interpreti degli interrogativi e dei drammi dei loro coetanei.
Infine l’arrivederci a Sydney:
«Preghiamo perché il Signore conceda a me e a voi di esserci».
Tra i
quattrocentomila presenti sulla spianata di Montorso, entusiasmo, applausi,
ma anche l’ascolto attento delle parole «pesanti» di Benedetto XVI.
«Dobbiamo accettare che in questo mondo Dio è silenzioso,
ma non essere sordi di fronte al suo "parlare" in tante occasioni,
soprattutto nella creazione, nell’amicizia immensa della Chiesa,
dove possiamo avvertire la presenza del Signore
e quindi fare noi stessi luce agli altri».
Dal nostro
inviato a Loreto, Mimmo Muolo
("Avvenire",
2/9/’07)
Non c'è più centro e non c'è
più periferia. Non ci sono più vicini o lontani. Nella grande conca di
Montorso che si presenta a Benedetto
XVI come un unico
enorme tappeto di braccia alzate, volti in festa, magliette e striscioni
colorati, le distanze si annullano, anche per effetto dello straordinario
dialogo tra il Papa e i giovani. Lui li definisce «futuro della Chiesa in
Italia», e dice che la loro «missione è cambiare il mondo».
E davvero si può verificare in presa diretta ciò che afferma, semplicemente
guardando l'enorme raduno. «Per Dio siamo tutti al centro - dice - . E ai suoi
occhi ciascuno di voi è importante». Perciò, esorta, «non abbiate timore,
Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore». Perché egli
conosce bene «il vostro desiderio e di amare e di essere amati». Non di un
amore "usa e getta", ma che duri tutta la vita. Un amore che fondi la
famiglia, «da rimettere al centro della società». Un amore che «vi aiuti a
presentare ai vostri coetanei la Chiesa non come un centro di potere, ma una
comunità e una compagnia in cui i problemi della vita di tutti sono vissuti con
gioia e libertà».
Sì, grazie alle domande dei ragazzi e alle risposte del Vescovo di Roma,
stasera qui all'"Agorà"
non ci sono «comparse», ma 400mila «protagonisti», che stringono il
Pontefice in un abbraccio calorosissimo. Basta seguire quella specie di "ola" da
stadio che si leva lungo i vari settori, quando passa la "papamobile"
(che alla fine impiegherà quasi mezz'ora ad arrivare sul palco). Basta
constatare l'entusiasmo che i ragazzi mettono nell'intonare i canti delle "Gmg"
e l'"Inno" dell'evento. Basta ascoltare il silenzio con cui seguono le
risposte di Benedetto XVI e il suo discorso finale (che "Avvenire" pubblica
integralmente), per capire che 12 anni dopo "Eurhope" e tre dopo
l'ultimo toccante viaggio di Giovanni Paolo II, questa spianata ai piedi del
Santuario di Loreto è davvero «la capitale spirituale dei giovani, la vostra
piazza senza mura e barriere - come dice il Papa - dove mille strade convergono
e si dipartono».
La strada del Vescovo di Roma e quelle dei ragazzi provenienti da tutta Italia
si incrociano in effetti in un assolato pomeriggio di fine estate. E sul volto
del Pontefice si può leggere come su un libro aperto, la felicità per aver
trovato all'appuntamento così tanti amici. Li ha visti prima dall'alto - colpo
d'occhio che lo ha sicuramente impressionato - , arrivando intorno alle 17,00 in
elicottero al vicino "Centro Giovanni Paolo II". Li ha salutati in pratica a uno a
uno, solcando la piana sulla bianca automobile panoramica che sembra una vela
nel mare dell'entusiasmo. E ora dal palco sorride soddisfatto, aprendo le
braccia nel suo ormai consueto gesto di saluto, e quasi "bevendo" con gli occhi il
fiume di energie giovanili che sale fino a lui da tutta Montorso.
Non c'è da stupirsi, dunque, che la veglia entri subito nel vivo, come uno
«stupendo spettacolo di fede giovane e coinvolgente», per usare la definizione
dello stesso Benedetto XVI. È una sintonia che si crea subito grazie alle
preghiere, ai canti intonati dall'orchestra e dal coro diretti da Leonardo De
Amicis e alla presenza di padre
Giancarlo Bossi, che
dai microfoni dice il suo grazie a Dio, al Papa e a quanti hanno pregato per
lui.
Ma è soprattutto il dialogo tra Benedetto XVI e i ragazzi a far decollare lo
straordinario momento di preghiera. Comincia Luca Romani, che a nome di tutti i
presenti assicura: «Siamo qui per dare un volto alla speranza e mettere Cristo
al centro della nostra esistenza. E se il mondo giovanile è descritto come
indifferente e superficiale, stasera lo diciamo a tutti. Non è così. Vogliamo
essere protagonisti nella società, nella famiglia, nella scuola, sul lavoro e
nella comunità cristiana». Proseguono Giovanna e Piero, 27 anni di Bari, che
raccontano le storie di una delle tante periferie degradate d'Italia e chiedono
a chi aggrapparsi per trovare un centro.
Il Papa ricorda che «nel progetto divino il mondo non conosce periferie». Per
evitare di restare «ai margini della società e della storia, occorre
comprendere che la grandezza della nostra vita sta nello scoprire di essere
amati e proprio per questo chiamati ad amare». Proprio come insegna Cristo.
«È lui, infatti, da mettere al centro del mondo».
Tocca quindi a Sara, 24 anni, di Genova, che porta a Benedetto XVI il grido
spesso silenzioso dei tanti giovani che vivono nella rassegnazione: «Se nasci
sfortunato, morirai sfortunato». Come fare, dunque, a superare le tante
domande, le insicurezze, i dubbi che albergano nel cuore dei ragazzi del terzo
millennio?
Anche in questo caso Papa Ratzinger risponde "a braccio", citando
diversi ricordi personali. «Dobbiamo da una parte accettare che in questo mondo
Dio è silenzioso - afferma - ma non essere sordi di fronte al suo
"parlare" e "apparire" in tante occasioni, soprattutto nella
creazione, nell'amicizia immensa della Chiesa, dove possiamo avvertire la presenza del Signore e quindi fare noi stessi luce
agli altri». E per quanto riguarda appunto la Chiesa, essa «non è un centro
di potere». Dunque, anche se «è difficile parlare a chi crede che Dio sia un
padrone e che la Chiesa un'istituzione che limita la libertà e ci impone delle
proibizioni, dobbiamo far vedere che non è così».
Infine ecco Ilaria di Roma, che viene da una famiglia spaccata dal divorzio dei
genitori e che ne ha sofferto anche fisicamente. Poi il riscatto grazie
all'affetto di un sacerdote che l'ha guarita nello spirito. Così oggi, la
giovane, che ha 24 anni, è sposata e madre di un bimbo, è qui per chiedere al
Papa come dare voce a chi non ha voce.
La risposta del Pontefice è contenuta nel discorso che conclude il suo trittico
di interventi. Prega perché «la crisi che segna le famiglie del nostro tempo
non diventi un fallimento irreversibile», ringrazia padre Bossi e tutti i
missionari, ma soprattutto ribadisce: «Ciascuno di voi, se resta unito a
Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché non bisogna avere paura di
sognare a occhi aperti grandi progetti di bene».
I giovani ascoltano e approvano con il loro consueto entusiasmo. Non ci sono
ancora le ombre della sera, a fare da cornice. Eppure l'atmosfera è ugualmente
raccolta e intima. Poi ad aggiungere brividi d'emozione ci pensa la voce intensa
di Andrea Bocelli, che mentre la statua della Madonna di Loreto percorre i
vialetti della spianata, canta dapprima l'"Ave Maria" di Gounod, poi
la famosissima "Dolce sentire", strappando applausi anche allo stesso
Benedetto XVI. Il quale, prima di mettere fine a questa parte della serata, già
indica la prossima tappa del cammino: Sidney.
«Preghiamo perché il Signore conceda a me e a voi di esserci». Tornerà, il
Papa, in collegamento video dal Santuario della "Santa
Casa", per
invocare dalla Vergine che «ogni giovane faccia ciò Gesù gli dirà». E loro,
i 400mila rimasti a Montorso, in attesa della Messa che oggi concluderà
l'evento, gli tributano un altro affettuoso applauso. Poi seguono la serata
delle testimonianze, che vede sul palco tra gli altri Claudio Baglioni, Lucio
Dalla, di nuovo Bocelli, gli attori Giancarlo Giannini, Alessandro Preziosi e
Bianca Gueccero, e tutti gli altri artisti. Un momento che, tra musica, testi
letterari e citazioni dagli scritti dei grandi Santi, vuole in qualche modo
raffigurare il turbamento di fronte alla proposta di Dio. Un turbamento che
permette di crescere e prepara alla risposta positiva. Perché, come canterà
proprio Baglioni, «strada facendo» non ci siano più periferie. Ma solo un
unico grande centro intorno a Cristo.