SETTIMANE SOCIALI

Il vicepresidente del "Comitato organizzatore":
in cima all’agenda degli impegni, una politica per le famiglie
e l’affronto dell’emergenza educativa.
I consigli operativi ai delegati.

RITAGLI    Un «tesoretto» di idee per costruire novità    DOCUMENTI

Dalla Torre: fare «rete» tra le esperienze dei cattolici.

Dal nostro inviato a Pisa, Mimmo Muolo
("Avvenire", 23/10/’07)

«La Settimana non è conclusa: prosegue e deve proseguire a livello locale, nelle diverse realtà, approfondendo e amplificando i suoi frutti». Lo aveva già detto domenica dal palco, Giuseppe Dalla Torre, chiudendo – con il suo intervento di bilancio "a caldo" – quattro intense giornate di dibattito intorno al tema del "bene comune". Il rettore della "Lumsa", vicepresidente del "Comitato organizzatore", lo ripete adesso ad "Avvenire", cercando di tracciare alcune linee programmatiche per far sì che il "tesoretto" di idee e di proposte emerse nel corso dell’evento possa diventare patrimonio diffuso.

Da dove si deve cominciare, dunque?

Penso che dalla "Settimana Sociale" del centenario, in continuità con la tradizione secolare che abbiamo ricordato, venga innanzitutto un’esortazione ai cattolici a non rimanere spettatori inerti del volgere delle cose, ma a farsi partecipi, attenti e responsabili, della costruzione di una società migliore. Abbiamo un dovere, come cittadini, ma anche come cattolici, nei confronti della comunità civile. Non possiamo e non dobbiamo abdicare dalle nostre responsabilità nel concorrere a costruire la casa comune secondo giustizia, uguaglianza, libertà e rispetto della dignità dell’uomo. Di ogni uomo».

Il Papa con il suo messaggio ha offerto spunti di riflessione, ma anche alcune indicazioni concrete. Come sono state accolte le sue parole?

Per tutti noi che abbiamo partecipato alla Settimana sono state parole di conforto e di incoraggiamento. Benedetto XVI, tra l’altro, ha sottolineato che le Settimane non sono solo un grande patrimonio storico dei cattolici italiani. Questa "provvida iniziativa", ha aggiunto, "potrà anche in futuro offrire un contributo decisivo per la formazione e l’animazione dei cittadini cristianamente ispirati".

E allora, guardando al futuro, qual è a suo avviso il punto di maggior novità emerso a Pisa e a Pistoia?

A mio parere è emersa chiaramente l’interconnessione tra fenomeni problematici quali la condizione giovanile, l’educazione e il lavoro, la famiglia con i suoi compiti propri. Tutto si tiene ed il bene comune non può essere perseguito attraverso una "parcellizzazione" di interventi settoriali, né tanto meno attraverso provvedimenti destinati alla persona avulsa dal suo ambiente e dalle formazioni sociali di cui fa parte. Ad esempio, parlare dei bambini "tout court" non va bene, se non li si inserisce in un discorso allargato alla famiglia.

Si può provare a disegnare un’agenda degli impegni, a partire da queste indicazioni?

Il primo punto è la necessità di ricominciare da una politica per le famiglie, onde risolvere anche il problema della denatalità. In secondo luogo è stata ampiamente sottolineata l’emergenza educativa, sicuramente tra le più gravi del Paese, se non la più grave in assoluto. Come ha detto il presidente della Cei, monsignor Bagnasco, serve una forte proposta educativa in grado di introdurre alla vita e alla realtà intera, capace di giudizio, di proposte alte e di impegno concreto e continuo».

La Settimana Sociale si può interpretare attraverso la formula del "meno Stato, più società civile"?

Bisogna intendersi. Dire che la società civile è protagonista ineliminabile di ogni azione realmente tendente al bene comune non significa proporre irragionevoli visioni "antistatalistiche". La società civile si pone, come terzo ambito, tra Stato e mercato: ma questi due debbono sussistere e godere di buona salute.

E la funzione della politica, oggi che tanto si parla di "antipolitica"?

Si può ripetere anche per la politica ciò che ho detto per lo Stato. Essa è (o dovrebbe essere) azione di coordinamento e di promozione del perseguimento del bene comune. Da cattolici, dunque, dobbiamo guardare con fiducia allo Stato e impegnarci perché la politica risponda sempre a quella che Paolo VI chiamava la più alta forma di carità».

Ai delegati che sono tornati a casa, quali consigli operativi si sente di suggerire?

Innanzitutto creare reti tra la molteplicità di esperienze che caratterizzano il tessuto del cattolicesimo italiano. Quindi favorire la nascita e la crescita di luoghi di incontro e di riflessione che possono giovare all’impegno nel sociale e nel politico. E anche sollecitare la sensibilità locale delle istituzioni pubbliche ad una corretta azione amministrativa ispirata alla "sussidiarietà".